Recensioni

7.2

Texture di synth morbidi, fiati allungati sullo sfondo, fascinazioni wave/prog e un cantato tra Coldplay (Francisco) e Ride (The Grove) a creare un suono che ha che fare con l'ambient, almeno quanto concerne il jazz, la psichedelia e la contemporanea: i canadesi Brasstronaut sanno quel che fanno e anche in Mean Sun riescono a mantenere la (astro)nave in bilico tra i marosi delle contaminazioni, senza mai perdere di vista quell'attitudine pop che ne sancì spessore e fortuna ai tempi del primo disco Mount Chimaera.

A produrre è Colin Stewart (Black Mountain, Japandroids), esemplare nel dare al tutto una naturalezza niente affatto scontata per una creatura nata nel 2004 su iniziativa di alcuni musicisti di formazione jazz (nello specifico, Edo Van Breemen e Bryan Davies) annoiati dalle classiche strutture del genere. Fascinazioni nordiche a parte (impossibile non pensare ai Sigur Rós in qualche passaggio di brani come Moonwalker o dell'iniziale Bounce), è proprio la semplicità apparente che cogli nell'insieme il segreto di una band poco considerata dai canali ufficiali – Pitchfork ne ha recensito il solo Ep Old World Lies del 2009 – ma capace di una musica settata sugli spazi ampi, ricca di sfumature insospettabili e fuori dagli hype a comando.

Rispetto al disco precedente, le trame qui si fanno più allentate e ambientali ma c'è anche meno interesse per i virtuosismi o l'immediatezza delle forma canzone, conseguenza diretta (crediamo) anche del “concept” cosmico che fa da filo conduttore a tutto il CD.

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