Recensioni

Entrambi esponenti minori del circuito dell’elettronica bass-oriented, Braille e KRTS sono artisti noti principalmente agli appassionati del genere: le loro, ormai decennali, carriere presentano più di un punto in comune e alcune coincidenze meramente temporali. Americani di origine, tutti e due esordiscono sulla lunga distanza nel 2015 con lavori che ottengono un’accoglienza piuttosto tiepida da parte di critica e pubblico: tanto Mute Swan di Braille quanto Close Eyes To Exit di KRTS erano però album che cercavano una via più confidenziale e meno orientata al dancefloor per i suoni del post-dubstep. Il primo, uscito per Friends of Friends, cercava d’inglobare le suggestioni footwork già recepite da colleghi e amici come Machinedrum (suo partner nei Sepalcure) e Om Unit, e contemporaneamente di aprirsi a melodie soul; il secondo invece veniva rilasciato dalla label berlinese Project: Mooncircle e, come tipico per l’etichetta, incrociava wonky, trip-hop e radici rap percorrendo traiettorie atlantiche tra America e Regno Unito. Ma, se Braille nel frattempo ha realizzato anche il massiccio EP Stand Still, focalizzandosi su personali ibridi rave-house, KRTS è rimasto artisticamente in silenzio fino a oggi. In questo 2019 ritroviamo, infatti, i due producer freschi di pubblicazione di un nuovo, breve, lavoro a testa: sia Too Much sia Up Until Now sono usciti sul finire di marzo e testimoniano l’ottima condizione degli autori.

Braille confeziona cinque brani che puntano al divertimento e all’essenzialità, ma che proprio per questa loro apparente semplicità riescono a colpire perfettamente il bersaglio, ponendosi come esemplari ibridi tra la tradizione delle musiche rave (breakbeat, techno, drum’n’bass…) e dell’elettronica più black: Got a Job non avrebbe sfigurato nel precedente Stand Still, mentre Constellation Conversation esplora la traiettorie più suadenti della drum’n’bass e Branzino disegna un crepuscolare soul-funk futurista. (6.8)

KRTS questa volta rifugge l’eccessivo sentimentalismo che appesantiva il debutto, concentrandosi su un suono urban tagliente e sintetico: punto più alto del lavoro è l’apocrifo Prince di I Didn’t Know con Takeleave, notturno e plastico come sarebbe piaciuto davvero al folletto di Minneapolis, ma sulle stesse atmosfere suadenti si muove To Become, dove un drumming di chiara matrice jazzy si alterna a sfuriate ritmiche drum’n’bass, mentre la conclusiva Up Until Now si sbilancia sul lato british, srotolando battiti sincopati su panorami sonici placidi e caldi. (7.0)

Il formato breve risulta dunque la giusta dimensione per i due produttori elettronici statunitensi che, nei rispettivi EP, appaiono decisamente ispirati.

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