Recensioni

Ce ne siamo avvisti a più riprese in questi ultimi mesi: un nuovo gusto tropicale s’aggira per le tendenze musicali d’ogni dove. E se certo non rappresenta una vera e propria novità (quintali di funky e nu-funky, caraibico, marimba, world music, Peter Gabriel, Talking Heads, Tom Tom Club e altri avevano già fatto scuola), è singolare e curioso vederlo importato nel sound della nostra penisola. Fortunatamente non è più solo Nord Sud Ovest Est di Pezzali a tenere alta questa bandiera, ma anche, ad esempio, il sound futuribile ed electro dei forlivesi M + A o l’esplorazione più acustica e giocherellona dei romani Boxerin Club.
Aloha Krakatoa è il titolo del primo LP della band. Il disco, attraverso una parata festosa e colorata di ritmi oceanici ed equatoriali, trascende la separazione netta dei generi e consegna ai palati curiosi un prodotto divertente ed arzillo. Con il titolo si gioca sull’esplosione del vulcano indonesiano che molti anni fa provocò il rumore più forte mai udito sul pianeta, ma i Boxerin Club non si accontentano di de-strutturare i (pure numerosi) referenti, li filtrano invece nella loro personale esperienza, fatta – come sempre in questi casi – di concorsi e molta gavetta, ma anche di piccole soddisfazioni, come l’apertura dei concerti di Egyptian Hip Hop o show in onore di P Diddy.
La produzione è affidata a un maestro: Marco Fasolo, leader dei Jennifer Gentle, che svolge un lavoro accurato ma non invasivo. In tutti gli undici brani si sente la presa diretta, che vorrebbe lasciare la fedeltà dell’esecuzione dal vivo, nella quale – immaginiamo – la band trova la sua forza. Così, mentre alcuni brani (Bah Bah, Caribbean Town, Hedgehogs, Black Cat Serenade) si muovono su una linea più movimentata e danzereccia ricca di trombe e percussioni e spesso ricordano i Vampire Weekend dei primi lavori, ma anche i Django Django o i Local Natives, altri episodi risultano più riflessivi ma non per questo meno incisivi: è il caso della malinconia pop di Clown o delle colline ghiacciate di Northern Flow. Più elaborati e misteriosi (ma forse anche più riusciti perché meno banali) sono invece gli ultimi brani del disco: quella Clouds’ll Roll Away che strizza l’occhio a Naked dei Talking Heads con un tocco fusion ma anche a un Graceland di Paul Simon che ritorna a tratti nelle chitarre spezzate di Try Hocket o nel canto inglese affiatato della bella Golden Nose.
Per tirare le somme, Aloha Krakatoa è un disco fresco, fatto da ragazzi intelligenti, con un gusto curioso ed originale e ha le carte in regola per non sfigurare nelle compilation estive di tutti i tipi: da RTL a Stereogum. Con un po’ di costanza, si raccoglieranno i frutti seminati in un inverno che non è mai stato così tropicale.
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