Recensioni

6.3

Esistono ancora i songwriter di razza? Quelli che – almeno in altri tempi – la loro firma era una garanzia, come Leiber / Stoller, Bacharach, e (perché no) Lennon McCartney? Da quando i suoi Bible sono arrivati al capolinea una dozzina d’anni fa, Boo Hewerdine ha appeso la chitarra al chiodo imboccando la strada – per certi versi più sicura – dell’autore su commissione, scrivendo canzoni per gente come Eddi Reader, KD Lang e – ehm – Natalie Imbruglia; per il suo ritorno discografico, ha così voluto reinterpretarne alcune in solitaria, accompagnato da chitarra, tastiere, drum machine e poco più.

Harmonograph conferma la validità di queste composizioni anche al di fuori del loro contesto originale, svelando inoltre un talento esecutivo, oltre che compositivo, di tutto rispetto: bastino le prime due songs del lotto, The Girl Who Fell In Love With The Moon e Weatherman per riconoscere immediatamente la caratura di un songwriter capace di confezionare melodie contemporanee strizzando l’occhio agli evergreen dei bei tempi, dal citato Bacharach a Roy Orbison, dai Beatles a Brian Wilson (Mountains), in interpretazioni che lambiscono il folk pop intimista quanto la ballad romantica. Inevitabilmente, il rovescio della medaglia sta in concessioni evidenti all’easy listening come Sing To Me, Patience Of Angels e Submarines (sorta di apocrifo Chris Martin), in una monotonia – complici anche arrangiamenti che non si discostano troppo da delle demo – rotta soltanto in Nameless.

Tanto mestiere e poca ispirazione, dunque: attendiamo un album di inediti per verificare se il cuore riuscirà a tenere il passo della penna.

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