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7.5

Correva l’anno 1986 e prima di Twin Peaks c’è Lumberton. Le quotazioni di David Lynch sono al ribasso dopo il flop di Dune. Il film da o la va o la spacca – quello che gli taglia in due la carriera – nasce tutto dentro la sua testa e il suo mondo. L’infanzia in provincia e i tic da adolescente all american, quello che ha la casa col giardino e lo steccato bianco ma fantastica di farsi un giretto in un mondo oscuro e pieno di misteri (per poi uscirne mano nella mano con la biondina da sposare). Velluto Blu inaugura la sua seconda vita di regista dopo l’accoppiata Eraserhead/The Elephant Man – la terza è quella che porterà alle dissoluzioni narrative di Lost Highway e Mulholland Drive – e lo lancia nel pieno della cultura pop. Un film nodale per come sono già in nuce le pulsioni nascoste della provincia americana della sua soap opera d’avanguardia e l’epifania del Club Silencio di Mulholland Drive (come si intravedono sprazzi delle vampate camp – solo più eleganti – di Cuore Selvaggio e della messa in scena claustrofobica di Strade Perdute), ma soprattutto un film già cult di per sé con la sua storia conturbante e due/tre delle scene più iconiche del suo regista.

In Blue Velvet, film saturo di colori pastello violentissimi, di nero più nero del nero e di surreale suspense, con un décor in cui il cinema di Alfred Hitchcock e Douglas Sirk incontra la pittura di Francis Bacon e Edward Hopper, non ci sono (ancora) spiriti maligni, logge nere, scambi di identità e stranezze soprannaturali. Kyle MacLachlan non è Cooper ma investiga già. Un tuffo anticipato in quello che sarà il mondo di Twin Peaks si vive con il senno di poi in questa che è tutto sommato la perfetta avventura dark adolescenziale, con quel pizzico di brivido erotico proibito e un antagonista cattivissimo che è poi una sorta di alter ego non troppo mascherato (la buttiamo lì: Cooper buono vs Cooper cattivo non inventa nulla). Un bildungsroman fatto e finito in forma di thriller sadomaso: un ragazzo che gioca a fare il detective, una mora femme fatale di provincia che fa la cantante di nightclub, un gangster squilibrato e la biondina della porta accanto (una Laura Dern senza parrucca), figlia di un poliziotto e fidanzata (ancora per poco) con un giocatore di football. Un quadrilatero che regala scintille.

Se i due bravi ragazzi faranno strada e si godranno pure un bel “ritorno” come coppia cinematografica/televisiva, i due “deviati” sono un Hopper (Dennis) stratosferico (il miglior parolacciaio psicopatico di Hollywood. Avrà modo di dimostrarlo molto bene anche in Blackout di Abel Ferrara, ma qui tocca vette sublimi e diremmo archetipiche…) e una Isabella Rossellini che per amore del regista (il quale, si dice, l’avrebbe scaricata poi senza troppi complimenti) ha fatto maltrattare il suo personaggio oltre ogni soglia tollerabile, fino a raggiungere confini vontrieriani: la scena in cui compare nuda e fuori di senno, per il parossismo della situazione (e le contorsioni facciali di gelosia della Dern) è un emblema di quell’arte “del ridicolo sublime” per cui si è scomodato nientemeno che il filosofo Slavoj Zizek. Lynch che diventa Lynch a tutti gli effetti (nonostante avesse già detto tanto in Eraserhead, un film più estremo di cui qualche sprazzo si infila di certo anche qui), per il pubblico di ieri e di oggi.

Ma Blue Velvet è anche, o addirittura soprattutto, un grande film di musica, un’opera dove l’immaginario musicale è parte essenziale dell’estetica, persino della trama, e della materia stessa di cui è fatto il film (la celluloide stessa nelle sue molecole qui è fatta di musica per gli occhi e per gli altri sensi). Il testo delle canzoni entra dentro la sceneggiatura: le lettere d’amore di Ketty Lester diventano dei proiettili con cui psychoFrank lascia il proprio souvenir alle sue vittime, il velluto di Bobby Vinton un feticcio allusivo e In Dreams di Roy Orbison un meraviglioso dispositivo di scena per una sequenza post-felliniana che si potrebbe vedere all’infinito (e di “scena infinita” parlava Michel Chion nel suo celebre saggio sul regista americano). Oltre che distinguersi per uno degli usi più visionari e galvanizzanti della canzone pop sul grande schermo – con un mini juke box anni ‘50, un po’ alla Scorsese, anche se con un twist decisamente più grottesco e fantasioso (pure Tarantino avrà preso appunti…) – Blue Velvet vanta uno score di tutto rispetto, nato dall’incontro fatale di Lynch con Angelo Badalamenti, compositore e arrangiatore che per una decina d’anni entrerà come un fattore creativo fondamentale dentro il mood dei suoi sogni più sinuosi e inquietanti.

Alla prima prova con Lynch, Badalamenti da già dimostrazione di versatilità notevole: arrangia Blue Velvet in chiave soft jazz per Isabella Rossellini, scrive un’ouverture orchestrale à la Shostakovich, inventa archi dissonanti stile Bernard Herrmann e strappi di jazz notturno (Akron meets the Blues è una Audrey’s Dance ante litteram). Il momento più importante di questa prima collaborazione tra il regista e il compositore è il brano originale Mysteries of Love, canzone dream-pop scritta da Badalamenti su testo di Lynch e cantata da Julee Cruise che getta le basi per due futuri album chiamati Floating into the Night e The Voice of Love e per le song di Twin Peaks. Lynch era molto scettico all’idea ma i diritti per Song to the Siren dei This Mortal Coil, che avrebbe voluto usare nel film, costavano troppo. Questo fac-simile by Lynch & Badalamenti è invece talmente a misura del film da diventarne uno dei temi portanti e sarà la prima puntata di un sodalizio che alla vigilia delle riprese non esisteva e nessuno si era nemmeno immaginato (fu un’intuizione del produttore Fred Caruso, amico di Badalamenti).

Velluto blu è un film da ascoltare – del resto, tutto gira intorno a un orecchio… – oltre che da vedere (e da toccare): non hanno ancora inventato i dischi di velluto blu, ma un buon vinile può bastare per godersi per intero i pezzi della sua magia sonora. Se poi volete tutto assieme, be’ c’è solo il cinema o un buon DVD da ripescare dai cassetti (o dagli armadi; ma in questo caso attenti alle sorprese…).

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