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Preceduto dalla evidentemente inscenata baruffa sanremese con annessa distruzione della scenografia di rose rosse, Innamorato è il secondo disco di Blanco che arriva sull’onda lunga di praticamente tre anni di successi ininterrotti cominciati nel 2021 con La Canzone Nostra e culminati con la vittoria a Sanremo dell’anno scorso.

Il frame in cui si inserisce la parabola di Riccardo Fabbriconi (classe 2003, sottolineiamolo) è quello dell’esplosione ormonale adolescenziale, delle passioni senza freni e esagerate quando non scomposte (e quindi niente di strano nel distruggere l’allestimento del palco nella tua ospitata al Festival) con una relativa fetta di pubblico teen alla quale dare in adorazione un idolo.

Lasciando comunque da parte il giudizio su autenticità e affini, questo nuovo disco di Blanco si apre programmaticamente con una dichiarazione di intenti (“cosa mi scorre nelle vene/adrenalina pura) che è anche una dichiarazione di sostanziale aderenza a quelle che una volta sarebbero state frasi scritte su una Smemoranda e oggi sono skit audio da dare in pasto ai #perte di TikTok, facendo per altro il paio con la conclusiva Vada Come Vada e un’ulteriore riproposizione del medesimo. Non a caso l’impatto sulle piattaforme di streaming è stato sensazionale, arrivando a entrare nella top 3 degli album più ascoltati al mondo (Stati Uniti a parte), con praticamente tutti i pezzi “nuovi” già sopra il milione di ascolti nella prima settimana.

I brani, in ogni caso, se ne vanno via in una mezz’oretta abbondante durante la quale soltanto la voce di Mina (nell’ovviamente incensatissima Un Briciolo di Allegria che vede l’iconica cantante, anche conterranea di Blanco, tornare a cantare), un assolo di chitarra in tapping (Scusa) e un ritmo spezzato che qualcuno in giro ha avuto l’ardire di definire jungle (Raggi del Sole) smuovono una dozzina di pezzi un po’ meno “sporchi” di quelli di Blu Celeste e sapientemente piazzati in scaletta e prodotti da Michelangelo (Michele Zocca) per soddisfare la necessità di ballad (Lacrime di Piombo, Giulia, Innamorato) anthem (L’Isola delle Rose, Ancora, Ancora, Ancora) e perché no canzoni da spiaggia (Vada Come Vada).

E se la banalità da un punto di vista musicale è tutto sommato ben arginata con mestiere e sapienza, non esattamente lo stesso si può dire a proposito di testi che, al di là di mostrare una proprietà di linguaggio il cui apice è segnato probabilmente dall’utilizzo dell’aggettivo “stropicciato”, risultano di una scontatezza quasi fastidiosa visibile in nuce nella prima strofa della tilte track e il suo schema metrico: Ti devi ancora preparare e poi truccare / Perché ci tieni anche a abbinare i colori al mare / E io preparo da mangiare ma è da buttare / Perché tanto lo vuoi comprare e litigare.

Sarà che l’aria da ragazzo vissuto che vorrebbero raccontare le canzoni mal si sposa con una faccia da bambino che è anche lei distintiva dell’immagine di Fabbriconi, sarà più semplicemente perché a 20 anni – tre dei quali vissuti peraltro nel mondo parallelo della fama – le lezioni di vita suonano quantomeno acerbe, ma questo Innamorato si dimostra foriero di un immaginario di sicuro fascino per una Gen Z che, affacciata alle proprie finestre virtuali, ha – come chiunque sia stato adolescente – il desiderio di dar voce a quel tumulto incomprensibile che le si agita in petto.

Il mercato chiede, il mercato offre, e la faccia di Blanco è oggi il volto di questo bisogno forse soddisfatto, forse soltanto anestetizzato, il cui involucro racchiude poco altro oltre a racconti sempre meno collettivi e sempre più autoreferenziali, pieni di una soggettività che di universale ha ben poco nonostante si voglia far credere il contrario. In giorni e mesi in cui si accende il dibattito sull’AI applicata – anche – alla musica, forse dovremmo chiederci innanzitutto quale sia il valore aggiunto di questo disco: la risposta mi sembra amaramente triste.

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