Recensioni

Torna alla nostra porta «il lattaio della gentilezza umana», come si definì il cantante in uno dei suo primi brani, ovvero colui che la porta casa per casa; e nelle dodici “bottiglie” contenute in questo album troviamo sempre quel mix di personale e politico indissolubilmente legato fin dagli esordi e che lo ha portato, lui che non si vergogna di essere etichettato come cantante “di protesta” o “politico”, a scegliere A Lover Sings per intitolare la raccolta dei suoi testi. Presentato come il primo disco di blues post-pandemico (ma c’è stato prima il nostro Don Antonio col suo Lockdown Blues), in realtà siamo sullo stile alt-country del precedente album vero Tooth & Nail (2013), che vedeva dietro la consolle il cantautore americano Joe Henry, col quale nel 2016 aveva poi realizzato il viaggio fisico e musicale attraverso gli States di Shine A Light. Qui i produttori Romeo Stodart e Dave Izumi abbandonano quelle durezze sonore che caratterizzavano la sua ultima pubblicazione, l’EP del 2017 Bridges Not Walls, per accompagnare adeguatamente un disco meditativo nel quale l’autore racconta il suo confrontarsi con la contemporaneità, anche quella rappresentata dal figlio, ma anche con quello che di sé viene fuori mentre affronta il presente, nella sua caratteristica e onesta dialettica tra pubblico e privato.
Un taglio chiaro fin dall’iniziale Should Have Seen It Coming, morbida apertura nella quale l’inatteso arriva come conseguenza della distrazione, della fretta, anche di una certa deresponsabilizzazione che richiede uno sforzo di reazione per capire se la cecità «it’s fog that’s dimmed my senses / Or the fading of the light», e che sembra, oltre che sua, anche una tendenza sociale attuale di questa «age of storms» come si dice nella seguente Mid-Century Modern, ancora più esemplare di questo approccio. La seconda traccia del disco infatti tratta sia il mondo attuale, in cui «The credulous are on crusade against reality / And freedom’s just another word for acting with impunity» (tra Trump e terrapiattisti, si direbbe), ma anche la consapevolezza dei propri limiti di uomo che con l’età sembra essersi seduto troppo su posizioni sicure, perdendo lo slancio per colmare «The gap between the man I am and the man I want to be», tra scosse che arrivano dalle nuove generazioni e conseguenti liti e incomprensioni con chi gli sta accanto, sulle quali medita dalla riva di un Lonesome Ocean, terzo brano, piano e organo a guidare le malinconiche e dubbiose dinamiche emotive e musicali da bel lento orchestrale.
E tra le meditazioni generali (Good Days and Bad Days, che come metrica richiama The Times They Are A-Changin’, pur con qualche buona intuizione è un po’ prevedibile; più interessante l’equilibrio tra l’allegria leggera raccontata nel testo e il filo di tristezza che percorre la musica di Reflections on the Mirth of Creativity, e il coro viene usato meglio sulla retrospettiva Pass It On, mentre la bella canzone che dà il titolo al disco mescola ricordi e rimpianti con una melodia dolorosa come un certa Suzanne Vega), si raccomanda attenzione a perseguire le utopie con occhio alla realtà (Freedom Doesn’t Come for Free, country sostenuto ma forse un po’ prevedibile, oppure The Buck Doesn’t Stop Here No More, che con un andamento da guida sovrappensiero racconta deviazioni e distorsioni di quella americana) e si parla d’amore: amore adulto, in una classica I Believe In You dalle strofe reediane e che lo esprime un po’ come sostegno e un po’ come musica nell’azzeccata definizione «whenever we’re together / everything starts to rhyme».
Soprattutto, se ne parla in I Will Be Your Shield, che Bragg indica come il cuore e l’anima del disco: qui l’amore è da una parte il punto d’incontro di nuovo tra pubblico e privato, quando si promette al/la partner che avrà sempre il nostro sostegno («In the battle against your demons / I will be your shield / When the world has lost all meaning / Together we’ll stand / For our love is the one thing that’s real»); dall’altra, è il sentimento che guida una concezione della musica come empatia, l’idea che il ruolo del cantante sia mostrare a chi passa problemi, in generale ma specialmente quelli degli ultimi due anni, che non sono soli, che altri li hanno affrontati, insomma «you’re not alone!» come gridava Ziggy Stardust in chiusura di disco (ma anche suonando Starman a Top of the pops) al pubblico rock (evidentemente non solo il suo).
Per concludere, Bragg ama chiudere con uno “stomper” e insieme al figlio Jack Valero, che gli presta l’occhio di un giovane per scrivere la vivace Ten Mysterious Photos That Can’t Be Explained, con un titolo da pagina acchiappa-clic e il cantante che ritira fuori la sua pronuncia cockney degli esordi dalle “a” aperte, una riflessione sul web definito come succhiatempo e regno dei «know-nothings […] screaming “I don’t want your cure!» (ricorda nulla?), «a wonderful thing» che però, se sei curioso, «It’s like heroin for autodidacts».
Un disco che alla fine conferma l’autore nel suo esse politico “senza perdere la tenerezza” o dimenticare l’empatia; soprattutto, senza perdersi nella cronaca spicciola e guardando invece alla contemporaneità a partire da riflessioni più generali, in un certo senso più “lunghe”.
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