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7.2

E’ un disco che gioca al rialzo, BettiBarsantini. Marco Parente e Alessandro Fiori avrebbero potuto lavorare di pop, limitandosi semplicemente a unire le forze per scrivere, senza troppa fatica, un manifesto nobile e ammicante ai rispettivi universi; e invece l’esordio omonimo del progetto musicale che li accomuna non si accontenta proprio. Anzi, infila dieci brani capaci di arrivare a bersaglio solo dopo qualche ascolto, tale è la ricchezza strumentale contenuta al loro interno. E’ quasi come se musica e parole – comunque riconducibili alla generica categoria di “cantautorato” – si scambiassero i ruoli, con la prima tanto dettagliata da aggiungere ulteriori significati ai testi e le seconde impegnate ad arricchire il quadro melodico anche oltre il loro tipico ruolo da traghettatrici.

Fondamentale, in questo senso, il contributo in termini di produzione artistica di Asso Stefana, bravo a co-definire un universo di suoni sospeso, narrativo, peculiare. A suo modo anche ironico, almeno quanto lo è il DNA dei musicisti coinvolti nel progetto (ad esempio, in una Puzza di sangue che sembra citare i Gaznevada o nella wave amaramente divertente di Dissocial Network), e capace di un’eleganza delle piccole cose: i contrappunti tra synth e parte ritmica in Le parole, il beat sintetico minimale, gli archi e i pianoforti appena accennati di Amleto, i toni sognanti di La Terza Guerra Mondiale, le cadenze surreali di una Il linguaggio in bilico tra Mariposa e il Marco Parente dei tempi di Trasparente o magari gli spazi vuoti del Fiori malinconico in Dalla.

Siano o meno gli XTC, i Talk Talk – come affermano le note stampa allegate – o chissà quali altri, i numi titolari di BettiBarsantini, poco importa: il qui presente rimane un disco raffinato senza essere spocchioso, divertente e a suo modo complesso, melodicamente ricchissimo e da assimilare senza fretta. Insomma, un album di grandi canzoni.

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