Recensioni

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Lo conobbi per caso in quel di Arezzo Wave, sarà
stato il ’95, e fu un’autentica folgorazione: dopo la torrida psych, l’accorato
soul e le sberle funky del suo show (con una cover di Voodoo Child
da cardiopalma), il resto della serata mi sembrò inevitabilmente sciapito
e biancastro. Era un Ben Harper all’apice della forma, lingue di fuoco sacro
lambivano la polpa della sua grande anima, mentre il secondo album appena
licenziato (Fight For Your Mind) imponeva un lucido passo in
avanti rispetto al pur buon esordio di Welcome To The Cruel World.
In seguito, però, il prode Ben si è perso. Non tutto insieme, eh, un po’ per
volta, cedendo le armi ad una varietà di maniere sempre più didascaliche (folk,
soul, funky, rock…) e come solidificate in una riverenza immobile.

Se dopo The Will To Live e Burn
To Shine
rimanevano poche speranze di incontrare ancora quella tensione
da retrovia, quell’inflessibile abbandono soul, la radicalità con cui il gospel
espettorava solenne e rivoluzionario, le 14 tracce di Diamonds On The
Inside
fanno tabula rasa delle residue aspettative, prefigurandosi
alla stregua di un capolinea senza corsa di ritorno, a partire dal fortunato
singolo With My Own Two Hands: un reggae contagioso, accattivante e
impegnato, cantato con la solita voce potente e delicata, perfetta anzi direi
tempestiva colonna sonora per le maree pacifiche che hanno invaso le piazze
di tutto il mondo. Ma appunto applicazione letterale della Regola, con tutto
il contorno di coretti e succhiello d’hammond, così come iconograficamente
conformi appaiono le immagini sgranate del relativo video, dove assistiamo
all’edenica fabbricazione di 45 giri in vinile ad opera (manuale, of course)
dello stesso Harper, il quale poi inforcata la motoretta vola a distribuirne
nei poveri sobborghi giamaicani, sorta di novello pony express in diretta
dal paese d’Utopia. Niente male, per una produzione Virgin, eh?

Altro illuminante esempio il country folk della
title-track, che già in fase di primo ascolto mi fece mormorare sotto i baffi:
“ecco, ora manca solo una steel guitar e mi metto a cantare Out On The
Weekend
”. La pedal steel, immancabilmente, partì. O il blues rurale di
When It’s Good, di quelli che anni fa a Ben uscivano come ferite sull’anima
e oggi annaspano alla stregua di graffianti interlocuzioni. Oppure quella
specie di hard-glam un po’ Lenny Kravitz e un po’ Skunk Anansie
di Temporary Remedy e So High So Low, che nelle intenzioni avrebbero
dovuto (voluto, potuto) strapazzarci gli ormoni e invece finiscono col sembrare
tessere marginali (e un po’ imbarazzanti) di un puzzle disastrato. Di cui
ci tocca sopportare anche i tappetini funky-RnB di Brown Eyed Blues
e Bring The Funk, infarciti di umori e inerzia, di giochetti simpatici
(drum machine intimidite, lapilli d’organo, percussioni volatili, piani elettrici,
corde turgide e guizzanti) e scrittura cocciutamente prevedibile, vale a dire:
due-tre ascolti, e tutto il resto è noia.

Come si sarà intuito, sono tanti e vari i sapori,
ma il senso di abbondanza si accompagna alla spiacevole sensazione di ingredienti
mescolati senza l’ausilio di una qualunque ricetta, più per nascondere l’evidente
apnea d’ispirazione che in obbedienza ad insopprimibili schizofrenie creative.
La qual cosa diviene addirittura esplicita nei momenti di volo basso, dove
la genuinità soccombe al piattume (vi basti Everything) e poco vale
una nitidezza sonica mai tanto seducente (sentite la profondità fluttuante
di Blessed To Be A Witness) e articolata (Amen Omen decolla
su versi trepidi e poi decide di appoggiarsi ad un piano senza troppe idee,
accumulando inutili orpelli ritmici, sottolineature d’archi e cori di velluto,
mentre in Touched From Your Lust d’un tratto corde ruggiscono tra sordide
fluttuazioni di basso e percussioni, fino ad innescare laceranti acidità:
per entrambe, stolida rigidezza strutturale e ritornelli da mestierante).
Discorso a parte merita Picture Of Jesus, ospite la voce atavica di
Ladysmith Black Mambazo, di cui preferisco senz’altro la versione presente
in Graceland di Paul Simon, anche se lì si intitolava
Homeless, anzi ora che ci penso era proprio un’altra canzone, ma vabbé…

Lo so, a questo punto mi giudicherete spocchioso.
Penserete che il vero problema sia la maledetta popolarità che Ben rischia
finalmente di conquistare, e non servirebbe a molto replicare che vederlo
sul podio dei robbiewilliams e dei ramazzotti mi procurerebbe al contrario
grande piacere. Fate pure dunque, non posso farci niente: ribadisco semplicemente
che, tolti il bislacco connubio di soul, pop sinfonico e “french touch” di
When She Believes ed il folk vagamente Cat Stevens della
conclusiva She’s Only Happy In The Sun, in questo disco non trovo autentici
guizzi vitali, non trovo la verace intensità, non trovo la dolce intransigenza
di un anima alle prese col non facile gioco di mettersi a nudo. Trovo molto
mestiere, questo sì. E accorta pianificazione. E calcolo sagace. Insomma,
non fa per me.

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