Recensioni

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A tre anni da quel Free The Bees che settava la macchina del tempo al 1965 per uno dei migliori dischi di vintage pop di inizio millennio, rinfranca constatare che i Bees non hanno perso un briciolo della loro freschezza, e anzi rimpastano il loro amalgama con l’aggiunta di nuovi ingredienti, rendendolo ancor più saporito.

Le api dell’Isola di Wight sono sempre intrappolate nel passato, non è un mistero, anzi ci sguazzano che è un piacere; solo che stavolta le coordinate si allargano ulteriormente, da Abbey Road (il country&western alla Ringo Starr dell’iniziale Who Cares What The Question Is) al Big Pink della Band (il funk bianco di This is For The Better Days), fino a Kingston (il reggae e il dub di Listening Man, Stand, Left Foot Stepdown, arrivate dritte dal catalogo Trojan).

Aldilà dell’eclettico citazionismo a 360°, la marcia in più del sestetto di Aaron Fletcher e Paul Butler è probabilmente il saper creare un’atmosfera goliardica – lo humour irresistibile di End Of The Street, parente stretta di Monkey Payback dal disco precedente, o il pastiche indo-folk-tropicalista di Ocularist – , in un patchwork divertente, ispirato e intelligente di generi e attitudini, tanto compatto da superare gli analoghi tentativi di Beta Band e Gomez, le due band britanniche più facili da accostare. That’s entertainment!

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