Recensioni

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Non si faceva sentire da un po’ Natasha Khan. L’artista anglo-pakistana nota come Bat for Lashes ci aveva lasciati nel 2019 con Lost Girls, un disco di leggero synthpop anni ’80, una ricostruzione precisa e potente dell’immaginario più glossy di quel decennio. Poi, la pandemia e, soprattutto, la gravidanza. Un’esperienza che ha profondamente cambiato il mondo dell’artista

[la gravidanza, NdR] ha a che fare col raggiungere le stelle e l’oltretomba allo stesso tempo, con suoni celestiali e gutturali che si uniscono […] Penso che mi abbia reso più umile, mi ha fatto sentire più vulnerabile di quanto mi sia mai sentita. Ma mi sento più umana, più in me stessa […] Pensavo che la maternità mi avrebbe portato via dalla mia arte, e invece mi ha aperto questo mondo gigantesco.
Bat for Lashes, intervistata da Rolling Stone

The Dream of Delphi, dal nome della figlia nata in California nel 2020, è un disco che risente di questa dualità fra il celestiale, il sublime, e il profondamente corporeo. C’è da dire, in via preliminare, che il primo elemento è il più immediato, sia a livello sonoro che testuale. Ben poche sono infatti le parole cantate dall’artista: al di là del pezzo eponimo (la cui linea di synth ascendente ricorda la sigla di Stranger Things, a proposito di anni ’80), di Letter to my Daughter e del singolo Home (che richiama il pop più zuccheroso e mid-’10s) infatti, le canzoni sono piuttosto formate da vocalizzi, suoni poco intellegibili, sospiri, elementi prelinguistici proiettati verso una dimensione più metafisica, diremmo oracolare. La componente magica, o comunque difficilmente aggredibile dalla razionalità, si fa viva anche nell’apparato iconografico, narrativo e materiale del disco, con la creazione di un alter ego di Khan, Motherwitch (con anche la release di un mazzo di tarocchi ispirato a questa figura), un archetipo materno che racchiude la consapevolezza e, soprattutto, le sensazioni provate dall’artista in merito all’esperienza della maternità. Una modalità arcana, immateriale, simbolica che riprende The Bride, suo disco del 2016 in cui veniva raccontata una storia similmente archetipale.

Da un punto di vista sonoro, il disco si discosta molto dagli anni ’80 di Lost Girls, se non in Breaking Up, strumentale dove i synth, la batteria e il sax richiamano quell’estetica terrena troppo terrena (con echi di Ryuichi Sakamoto). Nella maggior parte del disco i synth disegnano arpeggi e cluster puntinisti (il sintagma anglofono più usato nelle recensioni è cascading synths), in modo non dissimile dall’ultima Julia Holter. Se la tensione verso la materialità, la corporeità si ritrova nei pezzi più cantati, connotati da strutture più rigide, come Delphi Dancing, che richiama l’andamento ipnotico di Julee Cruise, l’altra faccia della medaglia è l’inesprimibile, l’atmosferico, il sussurrato.

In questa direzione pezzi più free form, dove il pianoforte è prevalente, nello stile sparso di un Akira Kosemura (senza scomodare Satie), come Her First Morning Waking Up, che riesce in modo efficace tramite arpeggi di synth trance a richiamare il momento ipnagogico del risveglio (in modo non dissimile dalla Kate Bush di Aerial). Pochi elementi, e quasi in contraddizione (per noi che ascoltiamo) fra loro: l’etereo e la muscolarità anni ’80, la luce naturale e quella dei neon, il dualismo richiamato da Khan stessa nelle interviste.

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