Recensioni

Da quale mondo proviene la canadese Basia Bulat, giunta alla quarta prova lunga con questo Good Advice? Viene da una terra di confine in cui convivono l’epica emozionale degli Arcade Fire e il folk più intimo, e che non si fa mancare la giusta dose pop. Tutto ciò, almeno, prima di questo ultimo disco, in cui la trentaduenne prova apparentemente ad aumentare il suo peso melodico, rinunciando in gran parte all’amata arpa elettrica. D’altronde, Bulat non è nuova a exploit commerciali: si pensi che due sue canzoni hanno fatto parte di spot per brand automobilistici.
Il disco, prodotto da Jim James dei My Morning Jacket, potrebbe subito dare un’impressione sbagliata: quella di un tentativo di revival Motown (le carte ci sarebbero tutte), con l’opening trascinante di La La Lie, ordigno spectoriano battente. Eppure è una falsa partenza, a suo modo, perché la Bulat non regala che qualche altro scampolo vivace (Infamous, nel pop da classifica di Fool e Let Me In). Poi, nei tasti di Long Goodbye, nella lenta In The Name Of e nel resto del programma l’autrice sceglie la duplice via della melodia leggermente new wave o della profondità folk delle proprie origini, infarcita di synth, organi, piani elettrici. Sembra una band soul d’antan che si regala momenti di quiete, e quelli che vengono fuori sono impasti costruiti con tutti i crismi ma che non lasciano grossi ricordi, rispetto agli episodi di cui si parlava in precedenza.
Eppure basterebbe poco, perché la voce, la produzione, gli arrangiamenti e le orchestrazioni ci sono tutte, come anche l’immagine dell’artista. Ma non c’è, se non per leggeri tratti, l’impressione di ascoltare qualcosa che rimarrà. Forse a Basia Bulat questo disco potrebbe servire da momento di riflessione e di miglioramento per capire che, forse, spingendo maggiormente su un pop grintoso, fatto magari di fiati e di sudore, la consacrazione potrebbe arrivare. Almeno, questa è la speranza.
Amazon
