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7.4

Animale da compagnia di cui faremmo volentieri a meno, il mal di testa arriva scodinzolando sotto forma di emicranie, cefalee a grappolo, cefalee muscolotensive, e conseguenti analgesici e triptani, figlio legittimo di un’epoca fatta di velocità insostenibile, stress, sfruttamento lavorativo, alienazione sociale, frustrazione, inquinamento, rumore. Nel disco di Barachetti e Ruggeri il mal di testa è metafora di un’esistenza al limite, tra automatismi asfissianti, patologie e timori di non riuscire a stare al passo: «È il contratto che scade. È il tutti contro tutti in azienda, in famiglia, nel mondo-giungla. È lo smarrimento e la guerriglia. È abbaglio, macchia oculare, brachicardia, tachicardia, sonnolenza, acufene, disfunzione sessuale, formicolio, reflusso, vuoto di stomaco, tremore. È la melancolia dell’automazione. […] Il corpo occidentale devitalizzato che il mercato ha reso consumatore e la tecnica funzionario. Un oggetto organico incapace di trovare nel proprio essere-nel-mondo un senso oltre quello annichilente della propria reificazione, della propria consumazione di produttore e consumatore».

White Out è affascinante. Lo è perché traccia un cerchio concentrico concettuale che parte dall’individuo e arriva fino alla società e alla politica; e lo è perché in fondo è un raro esempio di disco biologico, anatomico, osseo, linfatico. Nelle dodici tracce della scaletta l’individuo/artista si esprime non solo con le parole – anche se quelle di Barachetti, che nello stile espressivo rimandano inevitabilmente all’esperienza Bancale, hanno un grande peso specifico – ma anche attraverso gli organi interni, le reazioni chimiche dell’organismo che si fanno suono, sottoposte a convergenza dal disagio per il dolore fisico. Lentezze perse in un reticolato di sfibrato minimal-industrial (White Out (Ninna nanna acufene), voci sussurrate a mo’ di dialogo interiore, ambient ritmicamente perso in un’aura sonica lynchiana fatta di nulla (Dolore bianco), ossessioni di suoni percussivi (Corpo occidentale), parole reiterate che diventano battito cardiaco cerebrale (Pulsa), gong ipotetici immersi in poliritmie geometriche e glaciali (Uomo scritturato).

Onomatopee manifeste di una condizione di disagio corporeo e mentale che ha l’aspetto di una stanza insonorizzata – o magari imbottita, come quelle degli ospedali psichiatrici – in cui il dolore rimane rappreso, pungente, inevitabile. È da tutto questo che emerge la seconda lettura, lo sguardo di insieme, la sociologia: i suoni inquietanti alla base dei brani diventano l’espressione dell’alienazione di un individuo ormai alla mercé di una modernità fatta di stimoli percettivi antagonisti, disturbanti e incontrollabili, nonostante tutta la tecnologia a disposizione (o forse proprio per quella) e nonostante un’illusione antropocentrica che ormai è solo – e tristemente – uno spot pubblicitario.

Disco concettuale ai confini con la performance artistica, ma di grandissimo impatto.

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