Recensioni

«We hope this record reaches you, holds you, and takes you all the way there»: così i Balms da San Francisco hanno salutato l’uscita del loro album d’esordio Mirror, fuori dopo una densa e lunga gestazione. Zigzagando tra grunge e shoegaze (senza disdegnare qualche incursione nelle alte sfere del post-rock), nei tre anni di lavoro appena trascorsi i tre californiani hanno messo a punto la propria cifra stilistica caricandola di tinte scure, suoni rumorosi e penetrante lirismo. Dietro al muro di suono, creato soprattutto da un drumming davvero all’altezza del compito, si celano metriche malinconiche volte alla catarsi dello spirito e alla ricerca di un rifugio, un place of sanctuary and healing come la stessa band suggerisce.
Ma tale indagine può dirsi centrata solo se si accetta di lasciarsi trasportare nelle aree più recondite dell’anima a costo di imbattersi nei fantasmi di My Bloody Valentine (Bones), The Cure (Dark Rider), Placebo (No one is a way down), Killing Joke (Candle) o addirittura Trail of Dead (I feel fine) ed Explotions in the sky (The room): le numerose citazioni hanno il ruolo di traghettare l’ascoltatore verso una dimensione altra e fungono da collante tra le undici tracce. Non è un caso che tutto ruoti intorno alla title track, una ballata psych immersa in atmosfere dream e jangle, intimista, inquieta e più rappresentativa testimonianza dell’indole burrascosa dell’album e della band. Mirror è uno specchio, un autoindagine, un lavoro psicologico ma anche una difficile rielaborazione (non sempre riuscita) dell’impatto sonoro di alcuni generi e sottogeneri degli anni Ottanta e Novanta.
In questi casi, piuttosto che chiedersi se con Mirror i Nostri avrebbero potuto fare di meglio, conviene fare esattamente il contrario e constatare che i Balms, evitando agilmente moltissimi errori da debuttanti, hanno saputo sia rispettare il proprio campo d’azione (valorizzandolo con dettagli di stile), sia trattare con riguardo la variabile più importante e rischiosa: il tempo.
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