Recensioni

Riprendono da dove avevano lasciato sei anni fa i Babyshambles, lontani dalla vibrante baraonda – dove però si respirava vitalità – di Down In Albion, di nuovo in studio con Stephen Street e con l’ex-Libertines Peter Doherty stavolta a dividersi i compiti di scrittura con i fedelissimi Drew McConnell e Mick Whitnall.
Se Shotter’s Nation aveva spostato l’attenzione dal punk degli esordi ad un pop’n’roll pulito e strutturato, Sequel To The Prequel continua il discorso, mantenendo il taglio formale e tingendosi di volta in volta di sfumature pastorali, figlie dell’esperienza solista di Grace/Wasteland (Fall From Grace, appunto), i soliti appunti ska a-la Specials di Dr.No, atmosfere da literary cafe’ parigino e chitarrismi alla Graham Coxon (Maybelline).
Musicalmente poco o niente quindi è cambiato, se non che la penna di Doherty ha preso una svolta più ottimista e solare, ma anche progressivamente più pigra. E pensare che c’è stato un tempo in cui Peter scriveva canzoni a raffica, ed alcune davvero molto belle. Lontani, lontanissimi anni passati fra turbolenze mediatiche ed esistenziali, nei quali entrava ed usciva continuamente dagli studi di registrazione, oltre che di galera, che veniva scaricato dalla sua band ed in un batter d’occhio si ripresentava con un gruppo tutto nuovo, che pareva un poeta maledetto un giorno ed un tossico miserabile quello seguente, tra mille guerrilla-gig, sempre all’insegna della più totale confusione.
Ora che le luci si sono da tempo spente, che la calma è quasi piatta, nel susseguirsi dei giorni nei bistro parigini ritroviamo un Doherty decisamente lontano dal suo picco creativo, privo degli slanci euforici che lo hanno reso celebre – salvati i primi cento secondi di Fireman – ma sopratutto privo di nuovi numeri da mettere accanto alle glorie passate, senza che il confronto sia impietoso. E allora via di pilota automatico, con il singolo Nothing Comes To Nothing, la bella prova vocale di Farmer’s Daughter e poco altro di memorabile.
I versi iniziali “It’s breakfast time/have a pot of wine/sucking on a bone/chewing on a microphone” sono ottimi, ma è tutto qui, perché il resto del materiale non affonda mai il tiro, suona addomesticato e a tratti stanco. Gli archi di Picture Me In A Hospital risultano un addobbo grazioso quanto inutile ai fini degli arrangiamenti, che nella loro linearità finiscono troppo spesso per annoiare. La pulizia eccessiva portata da Street in fase di produzione non fa poi che ovattare ulteriormente l’entusiasmo, uno dei tratti forse più distintivi ed interessanti dei Babyshambles, che ad oggi risulta assente.
Un ritorno timido, come detto, ma ordinato e sopratutto onesto. Onesto negli intenti e saltuariamente nei risultati, questo almeno va concesso a Peter. Eppure questo disco non basta al Nostro per tornare sul trono d’Albione, lasciandolo invece, ancora una volta, costretto a inseguire, a ripartire da zero. E pensare che basterebbe una telefonata a Carlos.
Amazon
