Recensioni

Babalot è un piccolo progetto folle, iniziato in gruppo, con il punkpop lo-fi di Che succede quando uno muore (2003) e proseguito in seconda battuta in veste solista dal frontman Sebastiano Pupillo, con il malinconico e naif Un segno di vita (2005). Babalot, oggi, è di nuovo una band, e torna per la fida Aiuola dischi – appunto aiuola felice per il bel pop nostrano – con Non sei più.
Non si perde occasione, in ognuno di questi otto brani, di ricordarci che non servono mai grandi mezzi per fare qualcosa di rilevante e stratificato, con un buon numero di piani di interpretabilità. Non sei più, infatti, come del resto gli episodi che lo hanno preceduto, non è solo pop – autoironico, a tratti noir, glassato di electro da cameretta – ma nasconde, in una seconda battuta, una buona dose di analisi folleggiante del nostro presente, del nostro intimo più onirico, desiderante, spaventato.
Queste canzoni sono cavalcate pop, divise tra folk chitarra e voce, mood western e punk, a volte minimali, talvolta in esplosione beatlesiana ma armate sempre e comunque di intuizioni, anche e soprattutto nei testi, irresistibili. Non una sola direzione ma mille sguardi: da quello a Vinicio Capossela in Gattonero a quello, persistente, all'Alessandro Fiori solista nello splendido incubo-sogno Andiamo a mare e ancora in Paperino e Maggio. C'è tutta una nuova direzione cantautorale di finto nonsense e genio travestito da follia, in questo senso, il nome di Babalot, insieme a quello di Fiori e a quello meno incisivo di Dino Fumaretto, è prospettiva essenziale e pienamente riuscita.
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