Recensioni

Uscirsene dopo una pandemia con un album ispirato alle opere e alla filosofia di Albert Camus, colui che scrisse La peste: tutto torna. Sono tornati pure gli Avenged Sevenfold, a sette anni da The Stage, la loro ultima fatica lunga. M. Shadows e soci riappaiono dalle brume dell’oscurità con una prova la cui gestazione – spiegano – ne ha richiesti quattro, di anni, dal 2018 al 2022, con il grosso del lavoro già comunque completato a febbraio 2021. La band però ha voluto presentare i nuovi pezzi solo quanto sarebbe stato possibile portarli in tour senza il rischio di rinvii o annullamenti, quindi appunto a pandemia finita.
Ad ogni modo non sembra si debba essere per forza esperti del ramo per avere il sentore che questo disco, con buona probabilità, non si farà dimenticare facilmente. Pur non essendo il sottoscritto un masticatore compulsivo di metal, la sensazione è che Life Is But A Dream…, lavoro prodotto dalla band insieme a Joe Barresi (Melvins, Queens Of The Stone Age, Bad Religion, Slipknot), sia non solo un’opera dal peso specifico importante ma che all’interno della discografia degli A7X (e chissà, magari del metal tutto degli ultimi – tiè – vent’anni) possa ritagliarsi un ruolo. Che poi metal è una semplificazione, perché nelle pieghe di questi enciclopedici cinquantatré minuti e rotti trova spazio un po’ di tutto, dalla fusion alla sinfonica, al funk, al prog, al pop d’antan, fatte ovviamente salve le risapute influenze targate perlopiù Pantera, Metallica, Misfits e Iron Maiden.
Un album peculiare, a suo modo eccentrico, intrepido, perché pur non rinunciando alla melodia è temerario, a tratti verrebbe da dire sperimentale, se il termine non significasse tutto e niente allo stesso tempo. Di sicuro le undici composizioni che lo caratterizzano non sono immediate, anzi, spesso par di ascoltare più canzoni dentro la stessa canzone, e il bello è che sono tutte magnifiche. Complicato, nel senso nobile, ma comunque non impossibile, riuscendo a tenersi in equilibrio tra accessibilità e quell’accennata e altresì irresistibile cripticità di ogni lavoro che rispetti l’ascoltatore e non sia paraculo. Ogni tassello è al posto giusto, come avevano già mostrato il soldatesco lead single Nobody, accompagnato da un inquietante e mortifero – benché di fondo ironico di un’ironia à la Armata delle tenebre – videoclip in stop motion, e il secondo estratto We Love You che al forsennato trash d’imprinting 80s alterna stilettate industrial diciamo tipo Rammstein, se non addirittura Nine Inch Nails, senza negarsi allo stesso tempo invocazioni Faith No More, prima di abbandonarsi al salvifico finale sorprendentemente beatlesiano. Ma il resto del lotto non è da meno.
Già l’opening Game Over mischia le carte, una specie di “falso amico”, con la sorpresa sempre dietro l’angolo. Alterna delicatezza e ruvidità, con l’intro arpeggiato di chitarra acustica e il diluvio di improperi sonori all’alluminio che scatta dopo una manciata di secondi. La bivalenza è altresì espressa da stacchi in odore di musical genesis-iano e un vocalist in stato di grazia che alterna urla da belva impazzita a piagnistei da melanconico Pierrot accompagnati da altrettanto strascicati lamenti di sei-corde “flamencata” rievocante – sempre per capirci – una Innuendo. Dal canto suo, Mattel è una cavalcata distopica declinante nell’apocalittico, con improvvisi stacchi lacerati da squarci melodici dai sapori pop Seventies dove – pure qua – M. Shadows dà prova di apprezzabilissima versatilità interpretativa.
C’è molto melodramma, quindi teatralità, in questo Sogno marchiato A7X. Un sogno virtuosistico, visto che la cifra dominante resta la tecnica, ma messa al servizio di una scrittura sopraffina, e soprattutto di un messaggio. Per dire, Cosmic sembrerebbe quasi una scusa per mettere in vetrina gli assoli chitarristici di Synyster Gates, se non fosse che ti strappa il cuore quando scivola in quel sublime, mastodontico, penultimo atto dominato dal piano come nelle migliori ballad a firma Guns N’ Roses, prima di virare verso l’epico e celestiale closing dove compare pure un vocoder (al pari di quanto accade nell’effettatissima Easier, dove peraltro troviamo anche l’autotune).
Beautiful Morning è invece all’insegna dei cambi di ritmo – quelli più spediti condotti da un riot drumming in odore di Rage Against The Machine – ma a metà passaggio e nel pieno del suo delirio recitativo traccia la una linea di continuità tra gli stessi Beatles e gli XTC di Skylarking. Padri e figli, e poi gli spiriti santi evocati da una trilogia di pezzi le cui iniziali dei titoli formano la parola “GOD” ma dentro ci si trova un pantheon di divinità musicali per cui si ha solo l’imbarazzo della scelta sulla maniera di declinare il proprio desiderio di trascendenza: culto progressive, pinkfloydista, frankzappista (G); oppure spaziale e funky ((O)rdinary); oppure ancora sognante sulle suggestioni 60s di un crooning immerso in un climax burtbacharach-iano ((D)eath) con però sinistri e sfarzosi intermezzi a base di archi evocanti antiche civiltà dominatrici della Terra (e, chissà, anche dei cieli), ovvero una roba che ai Muse è sempre venuta di merda ma che in mano a un gruppo con le palle diventa oro.
E d’oro è lastricato anche il finale quasi unicamente pianistico/vocale nel segno della title-track, un viatico verso il risveglio, ché la vita non è che un sogno e a volte può farsi incubo. Del resto parliamo di chi nella propria discografia annovera un album chiamato Nightmare.
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