Recensioni

Già attivo in passato con i bergamaschi tORQUEMADA (senza dimenticare la collaborazione live coi Sakee Sed), Alfonso Surace licenzia questo secondo lavoro a nome Arcane Of Souls rimanendo in scia al precedente Vivo E Vegeto (autoprodotto – 2012), ma aggiungendo nuove sfumature determinanti ai fini della riuscita di quello che – al momento – può essere forse considerato il miglior lavoro del songwriter di origine calabrese. Se rimangono infatti invariati l’amore per il blues e il rock & roll che animavano l’esordio, come pure la devozione ad Harrison e al suo chitarrismo (in questo senso, il singolo Gennaro è la Wah Wah del Nostro), a far fare al disco un deciso scarto in avanti rispetto al passato è la produzione accuratissima ed estremamente stratificata (sempre a cura di Surace), a richiamare un wall of sound di Spectoriana memoria (oltre che gli ultimi due lavori dei Verdena, con il mixaggio a tenere la voce molto “dentro”), unitamente al tono ludico e divertito che pervade tutti i nove episodi che compongono l’album.
Un muro di strumenti (chitarre elettriche ed acustiche, fiati, pianoforti, voci stratificate, percussioni e tanto altro), tutto bilanciato a formare un suono polveroso e lo-fi, che affonda le sue radici nel rock’n’roll più classico e nel blues (Lunatico Romantico Stomp, Settembre) ma che non disdegna aperture pop-folk (Povero Me, forse la migliore del lotto, e la conclusiva Opera, che sfocia in un’avvolgente coda lisergica), richiami quasi surf (l’irresistibile overture L’oro In Bocca, trascinata da un pianoforte killer alla Jerry Lee Lewis), ballate psichedeliche (Maggio e soprattutto Respirare, a metà strada tra certi Marta Sui Tubi e i The Animals di House Of The Rising Sun) e ritmiche più funkeggianti (Sintomatico).
Da sottolineare poi come Surace riesca a mantenere anche vocalmente una sua personalità ben definita, pur con un timbro che richiama a tratti Rino Gaetano. Unica pecca del disco sono, in certi frangenti, testi che restano sospesi tra trovate godibilissime (“a furia di toccarti ho preso la corrente”) e soluzioni forse un po’ troppo “verdeniane”, e che pur restando funzionali alla resa dei pezzi, lasciano qualche rimpianto per un lavoro che – benché già ottimo – sarebbe potuto essere superlativo. A conti fatti, comunque, una delle migliori uscite ascoltate in questi primi mesi del 2015.
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