Recensioni

Piaccia o meno il suo stile, Appino sa scrivere canzoni, e questo è un fatto. Il pisano ha dimostrato in questi anni di saper maneggiare con sapienza l’antica arte dell’accostare parole e musica. Un approccio che non ha nulla di intellettuale e molto di popolare e pratico, in armonia con l’idea basica di rock che da sempre contraddistingue la produzione del cantante (e) degli Zen Circus.
Grande raccordo animale – riuscito gioco di parole che chiama in causa il Grande Raccordo Anulare di Roma – è l’ennesima dimostrazione della consapevolezza raggiunta dal frontman degli Zen Circus: undici brani rotondi sostenuti da ottimi testi, da una metrica ben tagliata e, a differenza del disco d’esordio Il Testamento – che invece ci era parso più confusionario, seppur un comprensibile tentativo di differenziarsi il più possibile dal suono della band madre – da un tessuto musicale solido e coerente. Paolo Baldini, già al lavoro per la “svolta” reggae/dub dei Tre Allegri Ragazzi Morti, si dimostra ancora una volta produttore artistico sensibile e capace di valorizzare la materia su cui mette mano. Nel caso di Appino, sceglie di non esagerare con il proprio portato di sonorità – anche se episodi “terzomondisti” come Ulisse, la title track, L’isola di Utopia o La volpe e l’elefante sono tra le parentesi più spumeggianti del disco – lasciando il musicista in libera uscita tra pop, rock, folk.
Il tono generale dell’album è tra l’ironico e il malinconico, spesso in odore di autobiografia, a un estremo della scala una dylaniana/gucciniana Tropico del cancro che strappa persino qualche risata, all’altro un testamento come Rockstar, che invece vive di mezze luci e amaro diario personale. Tra i due poli, il rock strokesiano di New York e Linea guida generale (non troppo sorprendente, ma efficacie), qualche episodio meno pungente (Nabuco Donosor, Galassia) e le consuete e consolidate ballate “appiniane” – Buon anno (il Guastafeste) – a cesellare una raccolta di musica decisamente convincente.
Il disco è stato scritto tra il Nord Africa e New York e non può che riflettere, in qualche modo, i luoghi visitati e le esperienze vissute. Eppure fa anche di più: nello specifico, conferma il talento di un musicista che pur giocando con le stesse “variabili” da anni, riesce a suonare ancora fresco e credibile. E certo non è poca cosa.
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