Recensioni

7.1

Vandalizza ogni certezza prestabilita, Anna von Hausswolff, ogni eventuale effige sacra, a partire dalla sua stessa immagine da bambina, ironicamente sfregiata, diabolicizzata, in copertina. Forse anche per sdrammatizzare quanto avvenuto anni fa quando alcuni cattolici fondamentalisti sono riusciti a far annullare alcuni suoi concerti in Francia, ritenendola collegata a pratiche sataniche.

Da lei scritto e prodotto, con l’apporto tra gli altri di Filip Leyman e Otis Sandsjö, David Sabel e Abul Mogard, ICONOCLASTS fa seguito all’eccellente e funereo All Thoughts Fly del 2020, interamente basato sull’organo a canne, nonché ispirato dal Sacro Bosco, il parco di Bomarzo a Viterbo. Quest’ultimo, strumento prediletto della musicista svedese, torna in varie tracce, ma qui la palette cromatica-emotiva si amplia al massimo con chitarre e basso, batteria e percussioni, sintetizzatori, fiati ed ensemble di archi.

Questo sesto album da solista, registrato tra studi e chiese, riprende il discorso di avant-gothic songwriting ben espresso con i precedenti The Miraculous e Dead Magic, prodotto da Randall Dunn, ampliandone però le ambizioni, peraltro legittime in virtù della padronanza compositiva ormai raggiunta. A tal proposito non giungono a caso i featuring d’eccellenza, collaborazioni con vere e proprie, ehm, icone, complementari, come Iggy Pop (The Whole Woman) ed Ethel Cain (Aging Young Women). La voce di von Hausswolff, nel mentre, viene sfruttata in tutto il suo potente, acuto e cristallino range e si unisce a quella della sorella Maria nella soavità un po’ leziosa di Unconditional Love.

Alle maggiori ambizioni di cui sopra leghiamo un approccio sonoro che, pur mantenendo raffinatezza e piglio sperimentale tra jazz e noise, si svincola dai retaggi doom metal e si apre in qualche modo transitoriamente a una maggior accessibilità, in primis nei due succitati duetti, in fondo delle ballad “pop” volte alla femminilità, sia in enfatica chiave sentimentale sia in controverso rapporto alle aspettative sociali e alle istituzioni religiose.

L’introduttiva The Beast e il correlato brano Struggle with the Beast, che ne riprende il tema, con un sassofono, quello di Sandsjö, che tuona al pari di quello di Colin Stetson, costituiscono il vertice, per pathos e follia, di una scaletta corposa. Avviene così la Lotta con la Bestia: «I called the hospital this morning / I was getting a feeling / Of losing my mind /Of losing control». Più avanti, nell’outro della fiabesca The Mouth, la richiesta è esplicita: «I need help to control myself / I need some help to control myself». Eppure le cose vanno meglio proprio quando si perde il controllo.

L’epicità è ben chiara in Facing Atlas, che spara melodie ad ampio respiro e rintocchi marziali: «The foolish hope of great eternal beauty / This shit breaks my heart». Epicità che esplode negli undici a passa minuti della title track, rollercoaster con orchestrazioni in pompa magna sulle difficoltà dell’essere vivi, perché l’accessibilità alla quale accennavamo è pur sempre relativa e di rado vincolata alla prevedibilità dei ritornelli. L’elettronica avanza, tribale e pagana, in Stardust, mentre si fa ambient in An Ocean of Time. Rising Legends è la conclusiva mini-colonna sonora per culti a venire, da lasciar attecchire e, saggiamente, distruggere.

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