Recensioni

7.4

Avete presente quelle sincronie ricorrenti che non sapete spiegarvi ma che, in qualche modo, sembrano avere senso? A me capitano spesso. Ad esempio, ascoltando in|FLUX, secondo album di Anna B Savage, mi è capitato di pensare più volte a Tales From The Loop, la serie che con un po’ di approssimazione potremmo catalogare alla voce “fantascienza filosofica”. Cercando di risalire a uno straccio di motivo, direi principalmente per una sorta di, come dire, consonanza formale: in entrambi i casi infatti il meccanismo espressivo prevede che su un sostrato di elementi “tradizionali” – sonorità analogiche da una parte, una piccola e piuttosto bucolica città dell’Ohio ai tempi del telefono fisso dall’altra – si aprano squarci avveniristici, l’incursione perturbante di codici tecnologicamente avanzati e perciò alieni rispetto alle premesse. 

Se la serie televisiva è basata sui libri dello scrittore e illustratore Simon Stålenhag, l’immaginario dei quali gioca appunto sulla coesistenza stordente tra natura e tecnologia, le dieci canzoni della cantautrice londinese affondano le radici nel superamento di una crisi sia affettiva che esistenziale. Ed ecco che qui si profila un altro punto di contatto: il modo in cui Savage racconta di essersi lasciata alle spalle il senso di abbandono e vulnerabilità passa infatti da una riformulazione del rapporto con i propri sensi, con la percezione del mondo, con l’accettazione di sé fino al più sfacciato dei desideri. Prassi di cui sono intrise le vicende di Tales From The Loop, nelle quali la triangolazione tra tempo, natura e sensi produce appunto continue epifanie, strappi nella maschera del quotidiano, il formicolare dell’anomalia sotto la pelle della normalità.     

Tutto questo per dire che in|FLUX non gioca una partita amichevole, non scozza a gratis il mazzo di carte del folk e della ballata da camera con quello di certa elettronica esotica e convulsa, così tanto per ostentare il talentaccio obliquo da figlioccia di muse variamente inquietanti come Fiona Apple, Tori Amos, Kate Bush o Laurie Anderson: il talento c’è, eccome, ma è al servizio di un’esigenza espressiva che chiama forma e sostanza a cospirare un lavoro tanto coeso quanto vibrante. Da cui il vissuto di Savage, letteralmente, essuda.            

Londinese, classe ‘91, ha esordito tre anni fa con A Common Turn, guadagnandosi i meritati plausi della critica e un considerevole riscontro sul versante della popolarità. Il suo contro-pop tanto pensoso quanto sensuale è debitore di una formazione accademica (Anna si è formata su clarinetto e sassofono, rispolverati in occasione di quest’ultima fatica) e caratterizzato dall’utilizzo particolare della voce, che alla grana viscerale blues e alle raffinatezze ombrose del jazz sovrappone un’attitudine quasi operistica, da cui quella sensibile tensione verso una solidità classica che – bontà sua – si spampana di continuo. 

Sembra insomma di assistere all’attraversamento di un guado sapendo che le sponde sono irraggiungibili, e che in fondo è questa indeterminatezza – o, meglio, la sua piena accettazione – il vero traguardo.  “Sono arrivata ad accettare che le incoerenze e le ipocrisie fanno parte della natura umana, e che lavorano tutte insieme per formare un tutto”, sostiene Savage, la quale peraltro non nasconde quanto all’origine delle nuove canzoni ci sia una relazione sentimentale finita in maniera traumatica, le cui scorie continuano a pesare drammaticamente malgrado il ritrovato equilibrio.

Tutto ciò è raccontato in maniera assai esplicita dall’iniziale The Ghost, con il talking indolenzito delle strofe su valzer ibrido (strumentale e digitale) e il ritornello che schiude un’esortazione afflitta anche se, in qualche modo, liberatoria (“Stop haunting me, please”). Più che un individuo, il destinatario di tanto struggimento sembra l’amore stesso, il modo in cui ti incatena alle sue meccaniche tutt’altro che lineari. Un approccio, se vogliamo, analitico, da entomologa dei processi emotivi, che ritroviamo anche nella audace Pavlov’s Dog – ballata dispari che sembra provenire dalle sessioni di In Rainbows nella quale il trasporto erotico viene riferito con franchezza disarmante (“I’m here, I’m waiting, I’m salivating”) – o in quella Hungry (“I thought I’d feel lonely/But it’s not true”) che riarticola un folk alla Tim Buckley tra delicate pulsazioni sintetiche.

Non stupisce che tocchi proprio alla title track – posta non a caso al centro della scaletta – fare sintesi tra le istanze e andare più vicino al cuore del concept, giocando a carte scoperte coi propri spettri (“Last night I dreamt we were one/We had sex/I didn’t come”) ma soprattutto disimpegnandosi tra piani espressivi apparentemente distanti, vedi come le movenze assorte delle prime strofe – al confine tra astrazione orchestrale e ambient onirica – cedano il passo a una rumba robotica, il tutto con effetto liberatorio (“I want to be alone/I want to be/I’m happy on my own believe me”) seppure lasciandosi infettare da un palpabile retrogusto dark (quei cori che ricordano neanche troppo vagamente la Blackstar di Bowie).

In un episodio del succitato Tales From The Loop – questa è l’ultima volta che lo tiro in ballo, promesso – una ragazzina non riesce a farsi una ragione della caducità del tempo, in particolare della magia di certi attimi, destinati a non ripetersi, a perdersi per sempre. Visivamente, la narrazione è scandita da continui dettagli percettivi in primissimo piano: una tenda mossa dal vento, lo stelo di un fiore, un particolare della pelle… Una simile profondità (e sensibilità) di dettaglio si avverte anche nell’approccio di Savage, come nella delicata intensità di Touch Me (“In the sun in the garden/His knee rested on mine/I want you”) il cui lirismo sparso vortica da qualche parte tra ANOHNI e Sufjan Stevens, oppure nella gravità sussurrata di Say My Name (“Did the wind howl or did I?”) con gli sbuffi sfrangiati di sax a preparare il terreno per un crescendo pseudo jazz degno della migliore Beth Gibbons.

A ribadire la statura dell’album è una chiusura di grande respiro come The Orange, ballata a base di chitarre acustiche, piano e fiati agrodolci, nella quale tutto sembra compiersi (“Don’t want kids or a partner/Right now that’s the god’s honest truth”) pur lasciando covare in filigrana il senso e la profondità delle ferite.

Prodotto da Mike Lindsay (tra i fondatori dei Tunng e già al lavoro con Laura Marling ed Elizabeth Fraser tra gli altri), in!FLUX è il disco che colloca definitivamente il nome di Anna B Savage tra quelli da cui attendersi sviluppi interessanti e forse cruciali in questi anni Venti che stiamo appena iniziando a decifrare.

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