Recensioni

Lo chiamano “il menestrello”: definizione banale, sciatta. Trita: lo fanno anche con Bob Dylan. E tra la star di Duluth e il musicista di Cuggiono c’è l’affinità che esiste tra un tostapane e un pc. Questi ultimi condividono l’uso della corrente elettrica, gli altri la musica come mestiere, o se preferite linguaggio. Fine. I canestrelli, i ritornelli, i menestrelli e così via: li trovate nella corsia della prima colazione, tra i biscotti, vicino alle merendine. Musicista raffinato, persona colta, interprete originale, compositore ostinatamente personale nel panorama nostrano ma oserei dire non solo, dato i tour internazionali e i dischi cantati in altre lingue: questo è Angelo Branduardi. Ma se siete vedove del “menestrello” in quanto più conciso e tascabile, allora provate (musicista) “intelligente”, oppure “unico”: davvero unico, e sin qui irripetibile.
Alla fiera dell’est arriva all’inizio della seconda parte di un decennio che ha visto prima evaporare il sogno hippie e la psichedelia che lo cullava; poi “l’immaginazione al potere” detronizzata e la sua colonna sonora, il prog rock, stroncata da scomuniche e anatemi lanciati da critici di botto illuminati sulla via per la Damasco-punk; infine l’ascesa dell’astro in 4/4 della Disco. Alla fiera dell’est esce il 7 novembre 1976, l’anno di Ramones – indovinate di chi –, che di fatto è il colpo di starter che inaugura la compulsiva stagione punk, lo stesso periodo nel quale comincia a circolare la sigla “new wave” (già esistente in ambito letterario), per il momento solo una visionaria intuizione di quello che diventerà un movimento, ancora in fase di gestazione, pronto a prendere il sopravvento nel giro di poche stagioni su Sex Pistols e intera armata punkaleone.
E poi c’è lo spensierato mondo delle discoteche, che tutti tacciono come se si trattasse di una brutta malattia, ma i cui protagonisti vendono a vagonate. Alla fiera dell’est esce ad autunno inoltrato, bisogna dunque attendere il 1977 perché lieviti ma soprattutto per avere idea di come abbia navigato nel mare monstrum delle chart. Nella classifica dei dischi più venduti del 1977 l’album di Branduardi si stabilisce al 5° posto, tra Donna Summer con ben due titoli – I Remember Yesterday e Four Seasons Of Love rispettivamente al numero 3 e 4 (ma al n° 12 piazza persino il terzo LP: Once Upone A Time) – e Roberta Kelly – che si assesta al numero 6 con Zodiac Lady –, due regine indiscusse della disco music. Per dare un’ulteriore idea delle sberle che stavano prendendo gli dei del rock, nessuna categoria esclusa, Animals dei Pink Floyd seguiva al n° 8, Emerson Lake & Palmer con Works erano al n° 32, i Genesis di Wind & Wuthering beniamini del pubblico italiano arrancavano al n° 39 succhiando le ruote ad Amanda Lear, Boney M. e Ritchie Family.
In questo panorama generale la musica di Branduardi alle orecchie dei più è come il segnale radio proveniente da una civiltà aliena: l’italo-pubblico è avvezzo a proposte cantautoriali come quelle di Edoardo Bennato, Lucio Battisti, Roberto Vecchioni, Eugenio Finardi, Claudio Baglioni… tutti premiati dai risultati di vendita del 1977, che nonostante le personali peculiarità rappresentano un variegato arco sonoro che si muove all’interno di un genere. Ma Branduardi è un oggetto a sé stante. Può giocare nella squadra composta dai suddetti nomi (ripeto: in un ruolo che nessun altro può ricoprire), ma fare anche da solo una categoria a parte. La sua unicità si deduce dal fatto che dopo lo strepitoso successo di Alla fiera dell’est singolo, nessun imitatore si presenta alla discografia per calcarne i passi, cosa che ai responsabili del cosiddetto repertorio delle major avrebbe fatto più che comodo: è notorio come le label oramai ingigantite si siano a questo punto, metà anni ’70, strutturate sul modello di qualunque altra azienda, i manager pronti a vendere dischi come avrebbero fatto, o avevano fatto nei precedenti incarichi, con le saponette.
I responsabili di ultima generazione del periodo addetti alla ricerca di nuovi artisti erano degli incapaci di due tipi: o totali, o incapaci di rischiare perché in palio c’era il posto di lavoro. Dunque la regola era trovare il clone del campione di vendita dell’anno precedente. Anche i nomi affermati erano a rischio della lente d’ingrandimento degli esperti (!?) che determinavano il grado vendibilità di un disco: quando i vertici della label americana di Peter Gabriel, giusto per fare un esempio eclatante, sentirono quello che bolliva in pentola per III, poi album pluripremiato dalle vendite oltre che artisticamente di rilievo assoluto, lo misero alla porta.
Dunque pensate a Branduardi che bussa alla RCA – che aveva già rifiutato un primo disco – presentandosi con un album aperto da una filastrocca di origine ebraica: messa sul piatto la lacca per un ascolto congiunto, i vertici della label gli prospettano un futuro nello sgabuzzino delle fotocopie o giù di lì quando Alla fiera dell’est è ancora a metà. Credendo in ciò che ha realizzato, però, il cantautore inizia la ricerca di una nuova label, e grazie all’aiuto di David Zard (produttore e promoter tra i più importanti) trova fiducia alla Polydor che si prende il rischio dell’azzardo fino al punto di dotare Alla fiera dell’est con uno degli ultimi packaging (la confezione) da ricordare della discografia degli anni ’70. La scommessa è vinta: grazie alla fortunata apparizione di Branduardi a Odeon – Tutto quanto fa spettacolo, trasmissione TV che andava per la maggiore, e a uno spontaneo e sempre maggiore air-play radiofonico, Il dono del cervo uscito come 45 giri, trascinato da Alla fiera dell’est che si trova sul lato B, mette in coda Year Of The Cat (Cat Stevens), Daddy Cool (Boney M), If You Leave Now (Chicago), Samarcanda (Roberto Vecchioni), Somebody To Love (Queen), Mi vendo (Renato Zero), che pure sono tormentoni della stagione di icone mica da poco. Il dono del cervo / Alla fiera dell’est vende di più persino di Più (Ornella Vanoni & Gepy): becero gioco di parole, perdonatemi, ma tutto vero.
La seconda etichetta che resta appiccicata alla schiena di Branduardi senza troppa aderenza perché l’intento è della bollatura univoca è “celtico”. Nel disco di debutto omonimo, bello, poi ristampato come 1974 (o Angelo Branduardi 1974), Eppure chiedilo agli uccelli pare un frammento tratto da Sysyphus di Richard Wright che si trova su Ummagumma dei Pink Floyd; Storia di mio figlio ha derivazioni rock surreali-canterburyane; gli undici minuti di digressione di E domani arriverà, dopo una falsa partenza tradizionale, compiono una straordinaria anticipazione complessiva di quello che faranno i 4 hero con Two Pages nel 1998 (che dal futuro stanno guardando indietro), facendo ricorso a jazz rock, orchestrazione classicheggiante, ritmica robotica eseguita da musicisti in carne e ossa, e come non bastasse chiosando con un impossibile finale krautrock.
La luna del 1975, disco anche più bello, oltre a Gli alberi sono alti dagli echi dello stralunato western, contiene il brano che distingue, e sostanzialmente definisce, Angelo Branduardi fino Alla fiera dell’Est: e anzi, per dirla tutta, finito l’effetto della sbornia di popolarità dell’opera (del topolino) da 2 soldi, Confessioni di un malandrino è la canzone che tutti i suoi fan, dovessero sceglierne una sola, porterebbero sull’isola deserta. Una magia acustica per soli voce e corde – mi sbilancio: una delle più belle canzoni italiane di sempre – le cui parole sono del poeta russo Sergej Aleksandrovič Esenin, straordinario esempio di irregolare morto suicida(to: sono forti i sospetti di omicidio inflitto dalla GPU, la polizia di stato sovietica) a soli 30 anni.
Tra le pieghe delle canzoni di Branduardi ci sono derivazioni, sonore e liriche, russe, ebraiche, andine, sudamericane, occitane, e – ma niente affatto in prevalenza – celtiche; così come di altre sponde folkloriche ed etniche, per una lista lunghissima, toccate dalla sua incessante ricerca. Dell’armamentario strumentale usato per incidere Alla fiera dell’est fanno parte sitar, cuica, chitarra ottavino, armonica bassa, benso, clarino… che non sono esattamente gli strumenti di lavoro del “celtico” fatto e compiuto come vorrebbe l’ (a)critica. Con quelle copertine un po’ così, per parafrasare Paolo Conte, che nemmeno quelle hanno qualcosa di “celtico” né tanto meno “menestrello”, alla terza prova Branduardi arriva al successo che gli spalanca perfino le porte dell’Europa, con la pubblicazione dell’album un anno dopo in lingua francese e inglese (nel 1993 uscirà anche l’antologia in spagnolo Confesiones De Un Malandrin). La filastrocca di carattere morale che intitola l’album, che ritornello dopo ritornello cresce di volume e drammaticità, ispirata dal Chad Gadya al quale la moglie di Branduardi, responsabile dei testi, ha sostituito l’agnello della tradizione pasquale ebraica col topolino, è solo la punta di un iceberg sonoro che cela sotto la superficie la sua parte più consistente.
L’amalgama puntigliosa della seguente La favola degli aironi è lo splendido esempio della armoniosa perfezione raggiunta dal team di produzione che lavora come un corpo unico, grazie al quale orchestrazione delicatissima – merito di Maurizio Fabrizio che arrangia – e acustico filare si bilanciano con senso di naturalezza: è la cifra stilistica, intricata ma comprensibile, sinceramente emozionante, che pervade l’intero album e innalza il tutto a livelli di intensità emotiva come è dato di sentire poche volte in modo così originale. Si muovono sulla stessa falsariga, aggiungendo o togliendo dettagli e strumenti, Il vecchio e la farfalla; La serie dei numeri che riprende lo schema circolare della filastrocca, di derivazione popolare bretone questa volta, che gonfia l’impasto aggiungendo strumenti a ogni giro; la bonaria Sotto il tiglio; ma soprattutto L’uomo e la nuvola: un arrangiamento che farebbe l’invidia di Burt Bacharach, per una canzone talmente gravida di sentimento, gli archi così teporosi, da riuscire a infondere vita alla Paolina Borghese Bonaparte di Antonia Canova, spingerla ad alzarsi dalla sua marmorea agrippina e chiedere di Angelo Branduardi per convocarlo con grazia al suo cospetto.
Canzone per Sarah, per chitarre voce e canti di uccelli, dedicata alla prima figlia; la parabola animalista intersecata da suggestioni sudamericane di Il dono del cervo; la struggente Canzone del rimpianto che suggella la fine del disco, rappresentano il lato crepuscolare della personalità di Branduardi e di questo disco che non varca la soglia dell’accettazione, dell’afflizione, dello sconforto, mai. Neppure lungo il corso degli oltre 8 minuti di Il funerale, cantilena eterea come una ragnatela abbandonata, che sotto la pesante ombra del titolo contrabbanda più trascendenza che disperazione, sereno accoglimento che negletto rifiuto: «Se viene la sera / Compagno non avrai / Da solo farai la tua strada / (…) / Seguendo la via / Che va verso il lago / Tu troverai la sorgente / Ritroverai la collina dei giochi / E là tu deponi il tuo cuore». Le parole, adattate, tratte dalla poesia Consigli al morto che si trova all’interno della sua prima raccolta Foglio di via (Einaudi, 1946), recensita al tempo per l’Unità da Italo Calvino, sono di Franco Fortini, figura di spicco della letteratura italiana.
La musica affonda le radici nella vita di Andrew Barton, diventata traditional, che nel tramandarsi del racconto orale ha preso il nome di Henry Martin, un marinaio che per aiutare i fratelli, tra la fine del 1400 e l’inizio del ‘500, si trasformò in pirata a danno dei vascelli portoghesi. La storia venne raccolta nell’antologia The English And Scottish Popular Ballads di Francis James Child, studioso americano del folklore anglosassone, ma incisa per la prima volta dal cantante gallese folk Phil Tanner nel 1937, versione poi ripresa tra gli altri da Joan Baez (Joan Baez, 1960), Bert Jansch (Jack Orion, 1966), Donovan (H.M.S. Donovan, 1971), e più recentemente dalla band “pirate metal” (!) scozzese degli Alestorm (Curse Of The Crystal Coconut, 2020). Il funerale è la canzone che in forma ridotta si trova anche su 1979 Il concerto – Omaggio a Demetrio Stratos, il doppio album tratto dalla registrazione del concerto del 14 giugno tenutosi a Milano che doveva servire per raccogliere fondi a favore del cantante degli Area, malato, che morì il giorno stesso.
Se business is business, dicono gli operatori della finanza che badano al so(l)do, Branduardi è Branduardi, replicano i melomani che puntano su nome, cognome e repertorio: non ce n’è un altro come lui, e ciononostante – l’unicità è sintomo di diversità, e la diversità generalmente spaventa – al momento della pubblicazione Alla fiera dell’est mette tutti d’accordo: critica, fan e acquirenti occasionali, discografici e spacciatori di bollature che sanno di biscotti scontati per fine serie. Diventa disco di platino vendendo oltre un milione di copie, numeri da favola, di altri tempi. Tempi che non hanno una collocazione, passato presente e futuro che si intersecano o si scambiano di posto senza sortire scompenso, almeno per Branduardi e la sua arte.
Del resto, il compositore dalla chioma più folta della musica italiana ha dato vita a una serie di dischi intitolata Futuro antico: forse come uno dei fantasiosi personaggi che canta, ha trovato il modo di giocare a carte con Kronos e, Alla fiera dell’est sempre attuale, sta vincendo.
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