Recensioni

7.5

Il suono di una chiamata alle armi, tutto un luccicare di fiati, contrabbasso e batteria, a ricordarci come dalle parti di Intakt Records si tenda a stare il più spesso possibile lontano dalle paludi del prevedibile. Uno swing nervoso e fluido, sgusciante, fisico ed intellettuale al tempo stesso, il drive poderoso e lieve della sezione ritmica formata da Chris Tordini al basso e Gerard Cleaver alla batteria: su questa solida, ondeggiante impalcatura si ergono maestose e sghembe le voci della leader al sax alto, sovente in dialogo con Jonathan Finlayson alla tromba.

Angelika Niescier è una musicista tedesca di origini polacche pienamente calata nel mood urbano del jazz improvvisato newyorkese. Proprio New York Trio si intitola questo ottimo lavoro, che segue il Berlin Concert del 2018 segnalato da Downbeat come una delle uscite più significative dell’anno passato. Labirinti, cubi di Rubik, scale di Escher, veglie, attese, astrazioni novecentesche, splendide ansie cameristiche, epifanie gelide (Cold Epiphany), nell’esatto punto di incontro tra le nevrosi poliritmiche di Steve Coleman (nativo di Chicago ma residente nella Grande Mela da oltre quarant’anni) e le composizioni aleatorie di John Cage. Una musica rigorosa eppure naturale come un respiro, come quel vizio diabolico di cui diceva Cioran: tracce ripide, allusive, sorprendenti, eppure mai cervellotiche. Swing da perfetta fire music à la Archie Shepp, dettati notturni, ritmo, ritmo, ritmo, inseguimenti, rapimenti, storie di ieri, cronache di domani.

L’altosassofonista nata a Danzica ha collaborato, tra gli altri, con un gigante come Tyshawn Sorey, quindi non ci si può sbagliare: tecnica evoluta, idee articolate, scrittura densa e appuntita, un groove inesorabile, inesauribile e mentale che non lascia scampo. Un disco bello e possibile come un quadro cubista: ogni volta che lo ascolti ti rivela spigoli diversi. Lirismo dolente e raccolto, quasi da aria da classica contemporanea, poi un groove nero come la pece che sarebbe una perfetta base per un rapper coraggioso. Oppure esplorazioni in cosmi apparentemente ostili o in profondità inesplorate, sfruculiando nel suono come speleologi in cerca di nuovi varchi nei sottomondi. Durate ampie, discorsi sospesi da qualche parte tra enigma e descrizione, a tratteggiare altrove misteriosi, luoghi gravidi di brume e fughe psichiche bellissime.

Una musicista da seguire con attenzione, se volete scorgere uno dei tanti posti verso i quali si sta dirigendo il jazz oggi, al di là delle innocue musichette da ristorante. La voce di creature indicibili che, circondate da un muro di grigio e caligine, a tentoni nell’oscurità trovano comunque il modo di aprirsi un varco verso una luce tanto più preziosa in quanto conquistata con le unghie e con i denti. Il suono di chi non si arrende al già sentito, ennesima conferma del grande orecchio di Intakt: una delle etichette di riferimento per chi ama la musica ears wide shut.

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