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«Se moriremo, ritorneremo». In qualche modo, è tornata Chiara Palazzolo, scrittrice di origini siciliane attiva a Roma scomparsa nove anni fa, titolare di una trilogia in grado di scardinare il linguaggio neo-gotico italiano. Trilogia avviata con Non mi uccidere, attualmente in ristampa per SEM, da cui è tratto il libero adattamento di Andrea De Sica disponibile sulle principali piattaforme di streaming, e proseguita con Strappami il cuore, portata infine a conclusione con Ti porterò nel sangue, editi tra il 2005 e il 2007 da Piemme per circa millecinquecento pagine complessive. La trama della pellicola, prodotta da Warner Bros. Entertainment Italia e Vivo Film, segue dunque il canovaccio di quella sviluppata nel primo dei tre volumi: Mirta, morta d’overdose assieme all’enigmatico fidanzato Robin, si risveglia dalla tomba. La ragazza impara a cibarsi degli esseri umani per non decomporsi e si imbatte in un’altra ritornante, ormai adulta ed esperta, di nome Sara. Per sopravvivere, forse, bisogna mangiare gli altri.
Su schermo Mirta assume i connotati di Alice Pagani, già al lavoro con il regista per la serie televisiva adolescenziale Baby, mentre Robin quelli di Rocco Fasano e Sara quelli di Silvia Calderoni. Sono proprio Pagani e Calderoni, quest’ultima più fisica rispetto al personaggio su carta e del resto abituata sin dal suo straordinario lavoro nel campo teatrale a esprimersi con il linguaggio del corpo, a issarsi sulle spalle la tenuta interpretativa del tutto. Ciò detto, la sceneggiatura è stata curata dallo stesso De Sica – al secondo lungometraggio dopo I figli della notte – in compagnia di Gianni Romoli, che ha creduto da subito nel progetto, e del collettivo GRAMS. Una sceneggiatura che semplifica oltremodo un intreccio narrativo in origine rivoluzionario per il dark fantasy nostrano, perché capace sia di svolgersi all’interno dei nostri confini, nell’era contemporanea, sia di miscelare inventiva, prosa sperimentale, riferimenti colti.
Lo semplifica ovviamente nella quantità delle vicende ma persino nell’insight, abbassando l’asticella del discorso, del target, degli obiettivi. La contrapposizione di fondo resta quella tra i cosiddetti Sopramorti, tornati in vita dopo una morte violenta con forza straordinaria, affamati di carne come zombie e nostalgicamente coscienti come i vampiri, e l’organizzazione dei Benandanti, adepti a una setta tecnologica secondo la fantasia di Palazzolo in diretta discendenza con i praticanti dei culti agrari, teoricamente dalla parte di Dio, raccontati nei saggi di Carlo Ginzburg e qui privati completamente del loro fascino, ridotti a gang da macchietta provinciale. I secondi vanno alla caccia dei primi, come andavano a caccia delle streghe nei secoli scorsi. Un ribaltamento dei buoni e cattivi tradizionali, insomma. Le neo-eroina Mirta, ribattezzatasi Luna in un gioco di infiniti doppi, è in cerca della propria identità e della rivendicazione del proprio corpo, del proprio futuro, all’interno di sistemi di relazioni spesso tossici, verrebbe da dire più letali della droga di cui sopra, e di una società di stampo patriarcale. Vedremo, nel caso l’operazione di De Sica vada avanti, quali saranno gli sviluppi.
Certo è che, sin dalla locandina e dalla gratuita metafora della sequenza iniziale, il film per la sua abbondante metà calca la mano sui connotati dell’horror romantico, al contrario del piglio adottato da quello che poteva definirsi un atipico romanzo di (s)formazione. I toni sono più macabri, ma il rischio è quello di un parallelismo inappropriato con la fortunata saga di Twilight (peraltro, al contrario, più accettabile in versione di celluloide, dato che i prodotti di intrattenimento negli Stati Uniti sanno farli, anziché in quella iper-stereotipata e zuccherosa di Stephenie Meyer, stampata all’estero sempre nel 2005). Oltre alla realizzazione al fianco di Andrea Farri di una colonna sonora di matrice elettronica in fin dei conti appropriata (stendiamo un velo pietoso, invece, sul brano cantato da Chadia Rrodriguez sui titoli di coda), De Sica se la cava bene proprio con le scene più truculente, quasi splatter, anche grazie agli effetti speciali essenziali ed efficaci di Chromatica (Lo chiamavano Jeeg Robot). L’apprezzabile fotografia di Francesco Di Giacomo, che alterna il calore cromatico delle scene relative al periodo di vita con i toni lividi dell’esistenza post-morte, non può esaltare scene memorabili perché – tolta probabilmente quella della protagonista di bianco vestita mentre vaga per i boschi del Trentino-Alto Adige appena uscita dal cimitero – di scene memorabili purtroppo non ce ne sono.
Per quanto assumano il passo svelto di una non morta 2.0, le vicende scorrono però troppo rapidamente, con l’aggiunta di alcune evidenti cadute di stile, senza che l’angoscia in crescendo, la scissione traumatica tra la vita e la morte, il raffronto tra generazioni differenti e la maturazione della protagonista siano restituite sul piano psicologico e di conseguenza su quello empatico. A dispetto dei presupposti, un’occasione mancata. Ogni trasposizione cinematografica deve farsi altro rispetto all’opera letteraria alla quale attinge, è inevitabile, sarebbe anche salutare, ma deve preservare o individuare un’anima al di là del sangue succhiato in prestito. Intanto, speriamo che Non mi uccidere fornisca l’assist per la riscoperta di un’autrice che è stata veramente innovativa, visionaria, con la trilogia di Mirta-Luna e non solo.
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