Recensioni

Quanto dura una novità? Con l’eccessiva saturazione dilagante tipica del nostro tempo, raggiungere l’originalità è sempre più impegnativo. Ancora più ostico far sì che quella brezza di innovazione e cambiamento riesca a persistere nel tempo. Tuttavia, fin dalla primissima traccia del disco di debutto di Anastasia Coope, diventa banalmente chiaro che la cantautrice opera secondo regole anarchiche, personalissime e prive di tentennamenti.
Darning Woman suona diverso da qualsiasi altra cosa registrata nel 2024, al punto che qualsiasi tentativo di attribuirgli un genere specifico oltreché inutile appare sciocco. Questo album, fatto di composizioni eteree e sperimentali e ammantato da una propensione per il lirismo profondo, non suona affatto come un debutto. Si potrebbe facilmente supporre che l’autrice sia arrivata ai suoni di questo disco dopo decenni di affinamento compositivo, esplorando una vasta gamma di strade musicali e collaborando con musicisti innovativi. Ma è qua che ogni tentativo di analisi e riconoscimento cade nel vuoto perché Coope, anni ventuno, pochi brani sul web, molta esperienza nel campo delle arti visive, arriva come la primavera, nel panorama musicale attuale. Senza dir niente a nessuno, senza un passato.
Nata a Manhattan e cresciuta a Cold Spring, lungo il fiume Hudson, Anastasia Coope ha scritto e registrato Darning Woman utilizzando un’innovativa tecnica di stratificazione – l’antichissimo espediente polifonico dell’hochetus o Cantus Abscissus, appreso da autodidatta – per creare essenzialmente un coro della propria voce; il suo talento visionario si manifesta soprattutto nel tessere complessi universi vocali su fragili paesaggi folk, nel giustapporre l’etereo e il terreno, creando così un’atmosfera affascinante e senza tempo. Il gioco vocale le consente di tessere arazzi di seducente ricchezza e complessità. Ogni canzone sembra infatti scaturire da un mantra orecchiabile o da una frase che si ramifica in melodie intricate e accattivanti. Coope non si concentra sul raccontare storie liriche precise, ma invita l’ascoltatore a immergersi in uno stato contemplativo, evocando sensazioni e movimenti piuttosto che idee concrete.
Fra l’inquietante e l’avvincente, Darning Woman non è solo avant folk psichedelico ma qualcosa di più, un disco dalla qualità miracolosa, che trasporta l’ascoltatore su un piano etereo e senza tempo, navigando tra folk, avanguardia e surrealismo, dando vita a uno spazio unico e intrasferibile. Coope non cerca di emulare suoni specifici, piuttosto di catturare l’essenza eterea di quelle opere – siamo in un universo parallelo tra The Free Design, Charles Ives e R. Stevie Moore – e costruire il proprio mondo immaginario. Un mondo le cui coordinate passano appunto dall’art-rock d’avanguardia degli anni ’80, ai cori religiosi del medioevo fino a toccare il folk contemporaneo e i gruppi di armonie vocali degli anni ’50.
Il songwriting essenziale di Darning Woman svela mantra cantati, si muove in mezzo a chitarre ombrose e pianoforti scheletrici, mormorando sermoni che alimentano sonnolenti echi medievali con rituali mitici, giungendo con stupore a momenti di espansione psichedelica. I brani del disco mostrano un fascino costante poiché gli accordi ripetuti si rifiutano ostinatamente di risolversi nei modi previsti, aprendosi così a nuove possibilità. Per un album che dura poco più di venti minuti tutto ciò è tremendamente importante. Anche perché quelle di Coope sono canzoni che non perdono mai il senso di mistero. Suoni ostinati e ancora irrisolti, che necessitano di guardarsi nello specchio del tempo e dello spazio: dentro queste canzoni – ma potremo chiamarli anche schizzi sonori – bisogna fermarsi un bel po’, e tentare di esplorare fisicamente questo laboratorio sulla vocalità, nuova nicchia per gli amanti di quel nucleo che accomuna la classica contemporanea al freak folk.
Un elemento ricorrente nell’album è la presenza della donna come motivo lirico e concettuale. Coope esplora questa idea da diverse angolazioni, abbracciando il materno, il domestico e l’iconico. Nonostante la sua natura eterea, Darning Woman è profondamente radicato nella terra, nella materia concreta. Coope, che è anche artista visivo, riesce a trasmettere un senso di tattilità attraverso la sua musica. Le sue canzoni sembrano spingere l’ascoltatore attraverso fili di voci e strumenti che confluiscono l’uno nell’altro, fondendosi in enormi e vibranti miraggi di rumore. Al tempo stesso Coope invita ad immergersi nell’esperienza sensoriale fidandosi della sua voce, sfaccettata e sorprendente, passando da derive morbide e allungate a comandi taglienti e percussivi, frutto di una sperimentazione impavida e sfrenata. Restiamo ammaliati dal suo folk spettrale le cui frequenze vibrazionali sembrano godere di un potere antico che arriva direttamente da programmi radio degli anni ’40. Coope ridisegna il regno degli spiriti trasponendolo su chitarre acustiche registrate in lo-fi e arricchite da una galassia di voci spettrali e acromatiche.
La traccia d’apertura, stravagante e ultraterrena, crea un’atmosfera onirica e sconcertante, ricordando una ninna nanna che si intreccia con percussioni caotiche e il vibrato di Coope, muro di lamenti e gorgheggi. Una litania vocale inebriante che permette di porre ancor più attenzione sulle sperimentazioni offerte in What Doesn’t Work What Does, essenzialità stratificata su un profondo lirismo e un’interpretazione giocosa. Sebbene brevissimi, i brani del disco incapsulano una qualità così densa e potente che pare di assistere a una rivisitazione spaziale della grande chanson dramatique d’oltralpe, come accade in Sounds of a Giddy Woman o in Sorghum e Woke Up and No Foot , il cui prismatismo spettrale evoca cinematografie circolari e sinistre.
Se la title track – con le chitarre scheletriche e i ritornelli a cascata – si muove come il brano più accessibile, agendo come una chiave per aprire il lucchetto segreto dell’album, Return to Room, che chiude il cerchio, con la traccia di pianoforte in lontananza e i fiati lievi, pare contenere alcuni indizi, in particolare nella sua strumentazione, sulla direzione che potrebbe prendere Coope dopo questo lavoro. Nuovi vecchi mondi da esplorare, nuove tele da dipingere con colori ancora ignoti: dall’astrazione strutturale alla musica melodica fino al pop moderno, la determinazione di Anastasia Coope nello spezzare le barriere rende l’esperienza di ascolto costantemente incantevole, perché c’è sempre qualcosa che guida, un suono che si diffonde, un accordo che si muove in una spirale, per poi raccogliersi dolcemente in distanza. Chissà in quale tempo, chissà in quale spazio.
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