Recensioni

Tra tutto il ben di Dio uscito nel 1991 c’erano tanti e tali LP che hanno fatto la Storia del decennio e dei decenni – va be’ è inutile che snoccioli tutta la tiritera Nevermind–Spiderland–Loveless–Blue Lines… – e c’è così tanto da raccontare che un album come Everclear sembra quasi “normale”. Ma normale proprio non è. Così come non lo è la maggior parte della discografia degli American Music Club.
Normale. Proprio no. Engine, California, Everclear, la miscellanea di United Kingdom (che conteneva quel portento psichedelico di Here They Roll Down) li ricordavo tutti dischi eccellenti e riascoltarli dopo tanto tempo non fa che ravvivarne la memoria. Le vene di una band strana, sottovalutatissima nei grandi numeri, come succede a quelle strette per vocazione, o per ingenerosità dei tempi, o quello che volete, in quella nicchia in cui si piace tanto ma a pochi, sono ancora lì, ancora più in rilievo. Ascoltando sembra quasi di toccarle con mano, oltre che di percepirle in ogni nota.
Strana band a partire dal nome che nome avrebbe fatto pensare a tutt’altro, guidata da un ineffabile personaggio, (cant)autore sensibile quanto all’apparenza schivo, maestro dei toni soffusi e dei chiaroscuri emozionali mascherati da mezzetinte di chi senza urlare a squarciagola captava e trasmetteva le vibrazioni più sottili dei sentimenti, come anche le più fragorose. Mark Eitzel e i suoi all’inizio del percorso incidono per Frontier, etichetta di fama punk e hardcore (che in catalogo ha pure le meraviglie psicodesertiche dei Thin White Rope). Però la loro musica ha un’anima decisamente cantautorale, poco punk – almeno per quello che uno è solito chiamare punk. Per carità, sa bruciare e scorticare, specie quando la chitarra di Vudi alza il tiro. Ma non è quella la missione. Le atmosfere new wave nel debutto The Restless Stranger (1985), le distorsioni che intossicano molti pezzi di Engine (1987), sono parte della storia, non la storia completa.
La forma musicale preferita, abilmente ondivaga, è quella degli chansonnier umbratili, introversi e, allo stesso tempo, visionari. Di quelli che si dondolano nella loro dolcezza un po’ (tanto) amara ma hanno anche il fuoco dentro. È un cliché, oltre che una sensazione in parte giustificata, quello che li vorrebbe come la risposta USA agli Smiths. Certo Nightwatchman (da Engine) o Firefly (da California) un po’ suonano come se Morrissey e i suoi, la loro ennui tutta british e anche un po’ delle loro melodie, fossero maturati in America invece che a Manchester. Ma gli American Music Club sono più di questo. Sono più viscerali, meno leziosi (poi gli Smiths leziosi sapevano esserlo in modo divino, non è questo che è in discussione), hanno una cifra indiscussa, le loro radici americane, maestri come Leonard Cohen o Tim Buckley. E se c’è un inglese che hanno nel cuore anche più di Morrissey è Nick Drake. Uno che il male di vivere lo ha incontrato e cantato più volte con la voce della malinconia, in equilibrio miracoloso tra delicatezza e pathos. Ci sono più strappi nella voce di Mark Eitzel, ma anche il tesoro di questa preziosissima lezione. Gli American Music Club sembrano tenere comunque abilmente un piede da una parte e uno dall’altra dell’Atlantico, e coprire tutta quella distanza con una sola, elegante spaccata.
È ciò che accade nel trittico preferito da chi scrive, quello dei lavori pubblicati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. California, del 1987, metteva in risalto la vena melodica più sensibile, intima, ed è lo snodo chiave di un percorso che prima li porterà a costeggiare la dimensione mainstream e poi a entrarci dentro con due dischi come Mercury e San Francisco (all’epoca, si sa, le major ci provavano un po’ con tutti, anche con quelli che difficilmente avrebbero saputo esaudire le loro aspettative di lucro). United Kingdom, pubblicato solo per mercato inglese nel 1989, rappresenta invece il trait d’union più evidente con l’eredità dei cantautori a cui accennavamo prima. E allora Everclear si afferma come il momento più maturo e compiuto della fase pre-major. Preludio naturale a quella successiva, ma con più tracce dell’ispirazione originaria.
Nel disco uscito verso la fine del 1991 gli AMC aprono le danze con uno slow – Why Won’t You Stay – che è un distillato di languori romantici e minima sentimentalia portati a livello altissimo di poesia. Subito dopo si infiammano con Rise, loro zenit di eloquenza e dinamismo rock – per qualcuno “da stadio” addirittura. Un rock sui generis almeno per l’America, strano per la provenienza molto wave con flash di U2 e Cure più che di REM, e le scariche di adrenalina di una chitarra in cui le acidità volanti shoegaze sembrano avere la meglio sui riff del contemporaneo grunge. Un uno-due quasi speculare a quello che segue, in cui, dallo stesso fondo tenue e psichedelico, emergono sia il deliquio soffuso di Miracle on 8th Street che le cabrate improvvise, stridenti, di Ex-Girlfriend.
Proprio Ex-Girlfriend si potrebbe prendere a esempio del mondo poetico di Eitzel, popolato di personaggi malinconici, solitari, ai margini, delusi, derelitti, alcolizzati, malati, depressi, sconfitti dalla vita, che con certi versi taglienti e sconsolati lui sembra inchiodare al loro destino (remember, All you’re holding is a handful of dust) smascherandone persino i giochetti mentali, mentre con l’empatia e l’umanità della voce, il suo trasporto, la sua emozione, usando la prima persona come se fosse tutta autobiografia, sembra invece fare di tutto per confortare e redimere (you gotta do something, I’ll help you try). «There’s no sun, just a grey horizon» canta ancora Mark in The Confidential Agent, come se la sua visione del mondo fosse tutta racchiusa nel paradosso di una California senza sole. Il suo fatalismo esistenziale del resto contagia perfino le novelty alcoliche come la bagattella country di Crabwalk, preludio a una seconda metà album più tradizionale ma con almeno tre prezzi strepitosi: i monodrammi concitati di Sick of Food e Dead Part of You, dalle chitarre prima folk e poi addirittura noise, maltrattate strappando ogni accordo come se potesse essere l’ultimo in assoluto, interpretati vocalmente come un’agonia esaltante (immagine migliore davvero non esiste, per quanto assurda); e poi la canzone-elegia “definitiva” di Eitzel, almeno da queste parti, cioè Jesus’ Hands. Che è un po’ la sua There Is A Light That Never Goes Out (anche se ricorda piuttosto una Please, Please, Please, Let Me Get What I Want). Ode per i loser a cuore aperto, commovente anche nel suo arrangiamento strumentale che i trilli dei mandolini riescono addirittura a impreziosire pur con quel lieve sentore di kistch.
Sentimentali tristi pessimisti esistenzialisti di tutto il mondo unitevi, quello della baia di San Francisco è un mare burrascoso in cui può essere dolce naufragare. Gli American Music Club hanno lasciato questa traccia che non si dimentica, anche se al di là del plauso della critica non ebbero il successo di pubblico che invece avrebbero anche meritato, ma che in qualche modo gli era precluso per il loro stesso carattere. Hanno creato comunque un proprio mondo poetico, all’apparenza più chiuso in se stesso che aperto al futuro: eppure i Red House Painters si fa fatica a immaginarli senza di loro, e non sono pochi a pensare a Mark Eitzel e ai suoi come a dei velati anticipatori slowcore. Un mondo a sé il loro rimane, e avrà pure avuto le dimensioni di una piccola nicchia, ma una nicchia che non meritava e non merita di rimanere nascosta.
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