Recensioni

7

Psichedelia confusa è la bislacca definizione che viene in mente all’ascolto di Through Donkey Jaw. Per il suo secondo album, l’americano Damon McMahon aka Amen Dunes, è passato su Sacred Bones – sempre più marchio di qualità per la crescente scena off americana – ma ha mantenuto le fondamenta personali e fragili che contraddistinguevano l’esordio Dia. Quelle di una materia musicale umorale e umbratile, scivolosa e inclassificabile, ma sempre ancorata alla quasi ossessiva attrazione per le sonorità sixties del suo unico responsabile, virate di volta in volta verso folk, wave, bedroom-pop e sempre rigorosamente in modalità lo-fi.

Accanto a Damon McMahon stavolta troviamo l’apporto/supporto di qualche musicista amico, ma quella di Through Donkey Jaw è sempre farina del suo sacco. A fornire lo scarto con l’ancora incerto (ma promettente) esordio è dunque una maggiore padronanza nel gestire la materia sonora senza steccati né limitazioni ma sempre in maniera narcolettica, soffusa, sfocata. Da qui il confusa dell’incipit che tutto vuol essere tranne che termine dispregiativo. Anzi, vuol mettere in evidenza come il blob fuso e lo sfattume montante che si respira nell’album tiri in ballo un ampio spettro di referenti stilistici e musicali che, se da un lato fanno apparentemente perdere in coesione, dall'altra promettono eterogeneità e varianti non esecrabili.

Le ipnosi suadenti e orientaleggianti di Baba Yaga, il folk atipico e barrettiano di For All o quello "from outer world" di Lezzy Head, le minimali nenie psych-pop (Good Bad Dreams, Lower Mind) speso deturpate come potrebbero intenderle dei Thee Oh Sees sotto dopamina (Not A Slave) e giù, fino al calderone delle devianze di effetti e rumorii vari alla Factums meets Suicide di Jill dicono di forme caleidoscopiche e personali applicazioni in divenire, migliorabili per ambire alla perfezione ma validissime come segnalazione dello state of the art sotterraneo a stelle e strisce.

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