Recensioni

Le premesse del primo disco di Loderbauer, Puntin e Rohrer avevano lasciato qualche perplessità su una formula compositivo/improvvisativa che sembrava aver detto già tutto. Il jazz improvvisato su matrici elettroniche non sorprende più come qualche anno fa, o come su altri binari storici, quando Davis approdava sul palco con tastiere ed effetti.
Viene da chiedersi quindi in che senso si possa o si debba esplorare un territorio ormai ben codificato: la risposta del trio berlinese si concentra su una coesione improvvisativa di “ambience” che fa vedere come le session e le jam, rispetto all’esordio, siano state fruttifere. I suoni elettronici di Max Loderbauer (analog synthesizer e continuum fingerboard) non stonano e accompagnano fedelmente le percussioni di Roher (questa volta anche al mini synth e all’elettronica) e i fiati (clarinetti) di Puntin, in questo frangente anche alle mini mallets e all’elettronica. La svolta organica si percepisce bene sulle atmosfere sognanti di The Mother, sulle dune di Parton’s Double Vision, ma anche sui richiami post-avanguardia colta-atonal di Dots, o sulle brevi ma intense fotografie allucinate di Ephemera e The Sedge.
Il gruppo sembra aver trovato una marcia in più per la definizione di tracce più consone al formato album, tagliando le sbavature inutili e troppo allungate del live che appesantivano l’esordio. Avanti così. PS per gli amanti del design: la copertina è degli storici Designers Republic.
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