Ambient, elettronica e jazz. Intervista agli ambiq

Max Loderbauer fa parte di uno dei gruppi più importanti di elettronica/improvvisazione/jazz contemporanei: stiamo parlando del Moritz Von Oswald Trio, formazione in cui il Nostro gioca sapientemente con synth, effetti e macchine per amalgamare le visioni di MaurizioVladislav Delay. In più collabora, fra gli altri, con Ricardo Villalobos su territori che esulano dal club e tentano di riportare il live electronics a contatto con la classica e con le musiche colte. Insieme al clarinettista e compositore svizzero Claudio Puntin e al batterista jazz Samuel Rohrer, ha formato gli ambiq, sorta di combo impro-jazz sempre influenzato dall’atmosfera mittel di Berlino e del centro Europa. A febbraio i tre hanno pubblicato l’omonimo disco d’esordio.

In occasione della loro esibizione il 30 maggio prossimo al Torino Jazz Festival, abbiamo intervistato Samuel Rohrer, ripercorrendo la genesi di alcune tracce e le possibili connessioni con la scena musicale di Berlino.

ambiq (1)

Ciao come stai?

Bene, grazie.

Come vi siete conosciuti?

Max e Claudio si sono incontrati la prima volta qualche anno fa durante il concerto al Berghain di Re:ECM con Ricardo Villalobos. Io e Claudio suoniamo insieme da più di 10 anni su diversi progetti. Volevamo iniziarne uno nuovo con un musicista elettronico e così abbiamo deciso di chiedere a Max. Dopo un po’ di prove e un concerto a Berlino, abbiamo registrato il primo disco.

Cosa vuol dire ambiq? Ha qualcosa a che vedere con l’ambient?

È una parola inventata. Viene dal termine “giambico” (iambicos), uno dei metri della poesia greca. Ed è anche un gioco di parole con il termine ambient, naturalmente.

Come avete registrato il disco? È un live take o avete processato i suoni dopo la registrazione?

È tutto dal vivo e totalmente improvvisato. Dopo la registrazione ci siamo messi a selezionare per qualche ora i pezzi migliori, ma non abbiamo editato i suoni.

Possiamo parlare di qualche brano? Erdkern mi ricorda Miles Davis nell’ultimo periodo della sua carriera. Pensavate anche voi a lui?

Quando suoni la cosa più importante è ascoltare gli altri, poi te stesso e poi quello che suoni. Tutte queste sensazioni accadono molto velocemente, non c’è tempo per pensare. Quindi il risultato, quando improvvisi, deriva da un’azione intuitiva: riflette – nel suo lato migliore – cosa sei, cosa hai assorbito nella tua vita e cosa capti in quel momento. Ed è pure derivato molto dall’insistere. Se tre persone insistono abbastanza a lungo con le loro idee, rimanendo aperti e flessibili, si riescono a generare stupende creature musicali, che sono difficili da immaginare prima della loro comparsa.

Tund è più Berlin-oriented, con una base techno mixata a qualche accenno alla tribal di Villalobos… l’album è stato registrato e mixato a Berlino, vero? Pensi che la città abbia influito sul sound del disco? Se fosse stato registrato da qualche altra parte avrebbe suonato in maniera diversa?

Sicuramente. Viviamo a Berlino da molto tempo. Tutto quello che facciamo viene influenzato da ciò che ci circonda, soprattutto se suoni musica improvvisata, si sente chiaramente dove e quando succede e chi è coinvolto nel processo.

Touching the Present suona dub con qualche accenno a sonorità Ninja Tune (Funki Porcini) e anche a quelle dei Morphine. Sbaglio o avete ascoltato molte di queste cose durante la vostra adolescenza? Ci potresti parlare delle vostre influenze in generale?

Abbiamo dei background ampi e influenze diverse: classica, jazz, pop ed elettronica. Abbiamo studiato sia classica che jazz, e il fatto che veniamo da mondi diversi e che continuiamo a creare qualcosa insieme, significa che abbiamo un gusto comune e una grande curiosità per la nuova musica, che viene creata al momento.

No Body Language, Timone e Loka hanno un mood più classico e meditativo. Avete tutti suonato con ensemble di classica. Cosa cambia fra improvvisare e suonare un pezzo classico?

C’è una grossa differenza: da una parte si suona un brano scritto e “finito”, dall’altra devi ascoltare e agire in risposta agli altri e comporre insieme. La differenza non sta nello stile musicale, bensì nel gusto. Una musica è pensata e scritta prima, l’altra viene composta insieme agli altri nell’attimo. Questo approccio richiede molto al musicista, quando suoni devi infatti provare a sentire tutta la struttura del pezzo e cercare di dargli una direzione. Tutto ciò avviene in modo naturale, ma si corre sempre il rischio di non riuscire a creare qualcosa buono, o al contrario di aver la fortuna di creare qualcosa di brillante dal caos. Bisogna lasciarsi andare.

Negli ultimi due brani ci sono momenti atonali. Avete tenuto conto di quello stile nel comporli?

Come ho già detto, è stato tutto improvvisato, accade quando ascolti e suoni contemporaneamente.

Ci puoi dire qualcosa riguardo ai due remix di Ricardo Villalobos e di Tobias.? Come li avete incontrati?

Max lavora con loro da anni; è stata la cosa più naturale chiedere un remix a loro.

Avete in programma un tour dal vivo?

Sì certo. Stiamo pensando al tour per il prossimo disco a novembre 2015. E questa settimana siamo a Torino per il Jazz Festival.

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