Recensioni

Non si sono andati a cercare la via più facile in questo tormentato mondo musicale, i canadesi Alvvays. Di band come loro ce ne sono (state) centinaia, se non migliaia. Anche di quelle che, in un modo o nell’altro, sono arrivate a vette di popolarità non indifferente. Per un periodo (a cavallo degli ultimi due decenni), bastava sfoderare un’attitudine surf, colori pantone, pantaloni over-sized e le chitarrine dream-power pop ed era subito Best New Music su Pitchfork. Con conseguente breve ma intensa fortuna. La band capitanata da Molly Rankin, però, si è giocata le carte in maniera diversa. Innanzitutto, di quella fortuna (legata principalmente al singolone Merry Me, Archie e a un gran secondo album) ne hanno fatto tesoro, imbastendo il loro sound di influenze mai banali (elementi dream, shoegaze e twee) che li hanno immediatamente elevati dalla fauna indistinta di indie-poppers di cui è pieno il mare. Secondariamente, hanno lasciato bruciare la loro eredità musicale a fuoco lento, anzi lentissimo. Al punto che questo Blue Rev è solo il loro terzo album (in più di dodici anni di carriera), fatto che ci fa pensare che i cinque non abbiano fretta di cavalcare alcuna moda. E non è poco.
Già i loro primi due album erano meticolosamente, quasi matematicamente, indie-rock. Il loro approccio al genere, fra lo shoegaze e bubblegum pop, si riverbera e si impreziosisce in Blue Rev anche grazie all’apporto di Shawn Everett (The War on Drugs e Kacey Musgraves). Il produttore ripulisce il suono ruvido ed euforico degli inizi e gli regala una dimensione vivace, struggente, genuinamente pop. Blue Rev è ancora tutto farina del sacco degli Alvvays, ma qui i ritornelli sono più soffici, la strumentazione più luminosa, l’energia più palpabile. I brani sono arricchiti da una moltitudine di strati (tutti squisitamente – e non è una critica – derivativi) che diventano melodie zuccherose o testi arguti. Insomma, queste quattordici nuove canzoni espandono massicciamente gli intricati orizzonti jangle-pop e dreamy della band.
In Pharmacist, le chitarre di Alec O’Hanley vorticano più veracemente rispetto al passato, mentre la voce di Rankin risulta ancora più cristallina. L’opener è un bell’esempio di neo(post?)-shoegaze con le chitarre sommerse a ricordarci i Jesus And Mary Chain e l’assolo finale a sottolineare il fatto che si può creare melodia anche nel disordine più assoluto. Più avanti Velveteen prosegue il fil rouge delle ballatone struggenti, questa volta puntando tutto su una new wave fra il dreamy e l’elttronico che tira in ballo New Order e la C86. Si tratta di un pezzo romanticamente confuso, in cui, sul finale, Rankin ci regala un enfatico falsetto che racchiude tutta la drammaticità 80s del brano. Altrove la band preferisce giocare di più con l’analogico. After The Earthquake è “il” brano del disco. Gemma indie-pop, a un passo dall’”instant classic”, il pezzo è un crogiolo di influenze di livello. Dentro ci sono gli ovvi Pretenders, ma anche i Camera Obscura, i War on Drugs velocizzati di un pugno di BPM e, sul finale, persino i Dinosaur Jr.
Grande pregio di Blue Rev (e della sua produzione) è quello di aver trovato un equilibrio magico fra il lo-fi e il lavoro in studio. Non a caso, la sua gestazione non è stata delle più agevoli. Due cambi di line-up (fuori Phil MacIsaac e Brian Murphy e dentro Sheridan Riley e Abbey Blackwell), un furto in casa di Rankin a Toronto, una cantina/sala prove allagata e quasi distrutta, una pandemia a tenere la band a debita distanza… tutti elementi che hanno fatto maturare il ritorno nella maniera più ponderata possibile. Il punk rozzo di Pomeranian Spinster è un po’ l’emblema di questo equilibrio oculato: psych-punk vorticoso e urticante che suona tanto urgente quanto ben calibrato. Stesso discorso si potrebbe fare per la succosa e ipnotica Tom Verlaine che, se non ripercorre i passi del leader dei Television, certamente è carica della giusta tensione pop nascosta dietro un cantato alla Hope Sandoval. Pressed, infine, tiene altissimo il nume tutelare di Johnny Marr, evidentissimo nei riff di chitarra e nella ritmica generale. Qui davvero si rischia il plagio, ma rimane goduriosa da ascoltare.
Blue Rev non ha l’hit facile da 70 milioni di ascolti su Spotify, questo è certo. Non è nemmeno il capolavoro capace di segnare un’epoca o una stagione musicale. Quello che fa, però, lo fa bene. Anzi benissimo. Ripropone un genere fondato su una serie di influenze ben indovinate, e lo cavalca spudoratamente, senza guardarsi indietro. Gli Alvvays conoscono bene i loro punti di forza e hanno gioco facile a far immergere gli ascoltatori nel loro ridondante mondo dream-pop, che continua a riproporre le influenze giuste, senza perdere la propria identità. Anzi, facendola scintillare ancora più luminosa.
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