Recensioni

7.2

Stefania Pedretti, artista multiversa, attrice, performer, grafica, modista, musicista. Già nelle Allun, già negli OvO, avvezza quindi alla terminologia “contraria” – da intendersi/leggersi nella tensione del rovescio speculare – battezza il proprio alter-ego ?Alos e lo collauda col primo album in solitario Ricordi Indelebili. Frammenti mnemonici annotati cronologicamente ma anche sensorialmente (Profumo 1994) ed esistenzialmente (la lunga, decisiva, conclusiva Sola). Le corde di chitarra e violino pizzicate, accarezzate, scorticate. Percussioni frastagliate e crude. Gli strali digitali, il delirio essenziale dei loop. Quel canto in-sensato (fonemi che ricordano soltanto l’inglese, progettati per suonare e non per significare) da bambola sbuzzata (21 gennaio 2003), da geisha isterica (27 gennaio 1997), da wave-marionetta tipo Tom Tom Club in overdose d’elio (la già citata Profumo 1994).

Un autodafè buffo e terrificante tra guaiti storti e ghigni fetidi, funk devoluto, house quadrata, samba iperrealista, brush sintetici e conati viscerali. A suo modo è un disco pop, attraversato da una potabilità inattesa, che però rifiuta l’anestesia fondante il pop stesso, quella pratica di piacere senza conseguenze, di coito senza concepimento. Quindi Stefania/?Alos si tuffa nella mappa della memoria mettendo in scena fettine di se stessa, la rabbiosa disperazione schizoide (Autunno 2004), il delirio mordace (Luglio 1996), cicatrici su cicatrici (gli scarni errebì gemelli, vagamente waitsiani, di Aprile 1999 e Marzo 2003). Dimenandosi come una danza che dentro s’incendia, di cui vediamo solo un riflesso stilizzato, una coreografia simbolica, constatata l’impossibilità – la vanità – di un’accordatura tra il “dentro” e il “fuori”, come sembra alludere la scricchiolante peregrinazione degli archi in 29 Aprile 2004 o il sequenziale incanto cameristico di Dicembre 2005.

L’ultima traccia, dunque, è lo smascheramento della pantomima, il rovesciamento – una volta dissipato l’interrogativo – del nome de plume: Sola raccoglie gli sgocciolii e gli umori in un crogiolo spento, valzer lugubre di piano, corde vocali e di violino straziate, filamenti di tenerezza in disarmo e spossata smania animale. Un disco pop, come no.

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