Recensioni

7

Alexander Tucker è uno che aveva le idee chiare già nel 2005. In Old Fog le polveri secche e aspre del prewar folk si appiccicavano alle corde del banjo, accompagnandole in una ricerca sonora dove lo schema delle eventuali canzoni rimaneva in secondo piano e sostanzialmente free. Di lì ad oggi la formula non ha subito particolari variazioni, benché il suono si sia evoluto, inglobando le suggestioni più disparate, dal minimalismo di Terry Riley alle derive post-metal dei Neurosis, passando per il sempreverde John Fahey, il cui singolare finger picking ha rappresentato, in tempi non sospetti, una vera folgorazione per il chitarrista inglese. Portal non esce dal seminato, e la reiterazione di pattern vocali (che risiedono più o meno sulla stessa tonalità da ben tre dischi!) come l’ossessione per loop, feedback e drones sempre più ricercati (ascoltate il singolo Veins To The Sky) rimangono il marchio di fabbrica di una musica che non fa alcunché per sconfessare le voci che circolano sul suo conto. Ovviamente Tucker cammina lento, ma prosegue dritto per la propria meta; e quindi stavolta le escursioni ambientali si sono spinte oltre quelle del precedente disco (Furrowed Brow, 2006), arricchendosi di suggestioni extraoccidentali (la bellissima Omnibaron), che devono forse qualcosa all’amica Fursaxa (esemplare, in tal senso, la cover di Rodeo In The Sky, purtroppo lasciata fuori dall’ album, ma presente nell’ ep Custom Made). A conti fatti, Portal non è il disco che sancisce la consacrazione di Tucker nell’olimpo delle grandi personalità della sei corde freak e anarchica, nonostante nell’attuale panorama sia, insieme a Tom Carter e, a suo modo, Greg Weeks, tra le figure più significative. E forse, rispetto a questi, è riuscito a creare un marchio di fabbrica, sin dal primo disco, merito che, ammetterete, non è da tutti. Il tassello mancante risiede probabilmente nel disinteresse nello sviluppare appieno le proprie intuizioni, e in una fedeltà a se stesso che a volte rasenta la cocciutaggine. Per il resto si vuole bene ad Alexander Tucker, senza il quale oggi il doom folk sarebbe qualche passo indietro e la psichedelia orfana di una delle voci più selvagge del panorama contemporaneo

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette