Recensioni

7.2

Che Alex Izenberg si trovasse a proprio agio in una indolente retromania era chiaro sin dal debutto pubblicato nel 2016: il pop cameristico e l’estetica sixties di Harlequin regalarono un romanticismo annebbiato nell’estate californiana, scrivendo un piacevolissimo capitolo di lucente chamber pop. A distanza di quattro anni, dopo un periodo nerissimo e una diagnosi importante (schizofrenia paranoica), il cantautore di Los Angeles torna con undici nuovi incantesimi che musicalmente raggiungono il nostro subconscio come in un sogno, confondendo le cose, la realtà attuale e il passato che non abbiamo direttamente vissuto.

Caravan Château – riflessione sulla casa degli specchi che è l’amore – è un universo magico in cui i brani, liberi di muoversi all’interno di uno sfarzo minimalizzante, mappano gli imprevisti dei nostri cuori indecisi. Grazie anche alla collaborazione di alcuni artisti come Chris Taylor (Grizzly Bear), Jonathan Rado (Foxygen, Whitney, Lemon Twigs), Ari Balouzian (Tobias Jesso Jr.), Alex Izenberg crea canzoni argute, quasi indovinelli sonori, capaci di mescolare una patinata psichedelia anni ’60 al più bel pop in stile Brian Wilson.

In questo sogno infuso negli anni ‘70, non è difficile ritrovare il respiro e lo stile dei grandi come Van Morrison, Carole King, Van Dyke Parks. La resa emotiva di un ascolto stratificato e piacevole ricamato da atmosfere meditative si rafforza in un lavoro che parla d’amore, d’insicurezza e di malinconia che si inclina nell’incubo,

Caravan Château è incentrato sull’equilibrio, qualcosa che Izenberg ha faticato a trovare nella sua vita dopo essere stato diagnosticato una schizofrenia paranoica nel 2012. Mentre ha capito come andare avanti professionalmente ed emotivamente Izenberg ha iniziato a scrivere, trovando equilibrio in voci morbide, eteree e ricche, strumentali abbaglianti. Alex Izenberg è palesemente un talento nella stratificazione per creare un suono pieno e unico, ma ciò che attira davvero il mio interesse è la vulnerabilità che mostra in nome della ricerca dell’equilibrio. Ciò si manifesta nelle canzoni più tranquille e lente di Caravan Château, che permettono ai testi di risplendere. Un animo gentile che getta luce sulla riscoperta di un romanticismo psichedelico.

Requiem è un’apertura mozzafiato che regala un mistico twang di chitarra blues frastagliato che non stonerebbe in Swordfishtrombones mentre la disinvoltura americana di Sister Jade si muove morbida e ariosa, una passeggiata di corse pentatoniche e arrangiamenti imprevedibili: quella di Izenberg – è chiaro sin dall’inizio – è una prospettiva prospettiva singolare, eccentrica. L’oscurità di Saffron Glimpse, accattivante e al contempo dolorosa, mette alla prova Izenberg con un nu-soul stropicciato, prima lezione di groove che si eleva in Disraeli Woman, inno d’amore con pianoforte, ottoni e archi da discoteca. Il ritmo scrosciante di Revolution Girls si dissolve improvvisamente in un caotico crescendo orchestrale che dal blues sembra toccare le vette della cacofonia. La ballad pianistica, Bouquets Falling in the Rain, si tramuta in detonazione post-rock in mezzo a lunghe sezioni strumentali e piacevolissime percussioni. I sussurri tesi di Lady volteggiano in un pezzo di gran classe che suona come una jam in odor di Dave Brubeck a differenza del folk orchestrale che si incontra in Anne in Strange Furs con quel “I ch-ch-change” che omaggia un dio del pantheon senza citarlo direttamente. La spettralità vocale che Izenberg ricalca in Dancing Through The Turquoise, valzer pianistico dalla spoglia costruzione, conduce il disco in un territorio indolente e nomade, come il caravan del titolo ma adornato della ricchezza zuccherina di un castello. Proprio là, dove le note ipnotizzanti di un flauto scrivono con la titletrack una ballata per pianoforte estremamente evocativa.

Una mente curiosa quella di Alex Izenberg, genietto della melodia sinuosa e dell’arrangiamento crepuscolare; la seconda – riuscitissima – prova del suo buon gusto diventa così il disco perfetto per un’estate pigra. Senza mai dimenticare però che “the devil is alive in America”, come sentenzia con fare da crooner il nostro folletto retrò. All’erta.

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