Recensioni

7.5

Quella di Seattle è stata una delle ultime scene rock dalla risonanza globale, prima che il concetto stesso di scena venisse stritolato dall’avvento del web col relativo collasso delle distanze culturali e geografiche, con l’evaporare delle alterità localmente connotate a maggior gloria dei paradigmi della disponibilità e simultaneità, come ossessivamente prescritto dal mantra ipertrofico della connessione. Forse proprio per la mancanza di sviluppi altrettanto significativi dal punto di vista mediatico, il grunge persiste nell’immaginario come un’impronta retinica, fermo immagine incandescente che ha bruciato un bel po’ di pixel del monitor con cui il rock viene rappresentato. Vale a dire che il grunge è stato ampiamente raccontato, forse anche troppo, forse anche a sproposito, eppure si tratta di un racconto che spesso si incaglia su quel fantasma impresso sul monitor e tende a marginalizzare quel che una scena rock, in fondo, dovrebbe prioritariamente lasciare in eredità: musica. Dischi. Canzoni.

Nel caso del grunge, questa difettosità narrativa è evidente anche nell’epiteto “Seattle sound”, che sembra presupporre una uniformità che trova pochi riscontri nelle band invero assai eterogenee sbocciate dentro e attorno alla Emerald City a cavallo tra 80s e 90s. Ecco, è proprio qui che la lettura di questo Smell of Grunge acquista senso e sostanza: perché ripercorre la storia di quella scena facendo perno sugli album, selezionando cioè dal nevaio di titoli quelli ritenuti più decisivi, seminali, sottovalutati o semplicemente belli (talvolta bellissimi). Il sottotitolo del volume del resto recita “La scena di Seattle e i suoi dischi”, dove la congiunzione va intesa come pienamente copulativa e niente affatto gerarchica.

Anzi: i due autori Alessandro Cancian (noto anche come Charles Poisonheart) e Giacomo Graziano – curatori del blog Smell of Grunge – prediligono far scorrere la puntina nel solco degli album, srotolare il racconto per come echeggia nelle canzoni o rimbomba nelle “stanze” definite dalle tracklist. Ma sono bravi a non cadere nella trappola della rassegna discografica, mantenendo alta la temperatura del testo come ci si attende da due appassionati (ma non devoti al punto da magnificare a prescindere, difatti non mancano le critiche anche taglienti) e senza mai perdere il contatto con un filo narrativo che dai prodromi dei primi anni Ottanta conduce fino al cupio dissolvi dei falò unplugged.

Resta fuori e assai giustamente tutto il baraccone del post grunge, che pure (con band quali Bush e Nickelback) ha messo a referto volumi di vendita persino superiori rispetto alle band cui il loro sound si è ispirato (eufemismo). Al contrario vengono inclusi i lavori di band come Smashing Pumpkins e Afghan Whigs che con Seattle avevano giusto il rapporto (breve) con Sub Pop, ma la scelta è più che comprensibile visto come contribuiscono a restituire la temperie sonora dell’epoca, quel groviglio rock dalle diverse declinazioni e aspirazioni che beneficiò della spinta propulsiva innescata soprattutto dall’etichetta fondata da Bruce Pavitt e Jonathan Poneman.

Per il resto, troverete in queste pagine ciò che vi aspettate: Green River, Mother Love Bone, la compilation Deep Six, Soundgarden, Tad, Alice In Chains, Screaming Trees, Temple Of The Dog, Mudhoney, Pearl Jam, Nirvana… Non mancano focus sui Melvins, esteticamente e poeticamente imprendibili ma forse proprio per questo influenza imprescindibile per tutta la scena, così come sui Sonic Youth in quanto battistrada sulla rotta che copriva il gap tra dimensione alternativa e major (nonché eroi musicali tout-court). Inoltre, l’affresco non lesina dettagli sul ruolo cruciale di produttori e ingegneri del suono, sul germogliare di locali, sugli incroci di percorsi e biografie con inevitabile (e sempre gustosa, talora dolorosa) aneddotica.

Operazioni di questo tipo ovviamente prestano il fianco a critiche con oggetto analisi e valutazioni degli album, ma soprattutto riguardo all’esclusione di determinati titoli: presumo che accadrà anche in questo caso. Tuttavia – spezzata una lancia per la scrittura tanto lucida quanto affilata – penso che la selezione dei titoli sia del tutto congrua, nel senso che include i dischi unanimemente considerati come capitali nonché una pletora di lavori meno celebri che potrebbero fare la gioia del neofita ma anche del rockofilo più navigato, quest’ultimo spinto a rivedere il proprio giudizio sulla qualità di band forse troppo frettolosamente rubricate come secondarie: nel mio caso, a parte rivalutare peso e sostanza degli Skin Yard, ammetto di avere letteralmente rovesciato il giudizio sui Love Battery (da “appena decenti” a “parecchio intriganti”).

In generale, Smells of Grunge è una lettura che invita a regolare l’ascolto sul cuore dei dischi, disperdendo la nebbia spesso frastornante che circonda gli album a vario titolo ascrivibili al grunge, il cui quid espressivo finisce offuscato e diluito in una brodaglia mitologica, lontano quindi da ciò che significa di per sé.

In un certo senso, il merito maggiore di questo libro sta in come restituisce un bel plotoncino di dischi variamente celebri a loro stessi. Se vi pare poco.

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