Recensioni

7.8

Con Alkimia gli Agent Side Grinder ci consegnano il lavoro più maturo e a fuoco realizzato sino a oggi, affinando il loro particolare mix di post-punk, industrial, dark electro e “drammatic” synth-pop. Il disco rappresenta una sorta di magnum opus della band svedese che, pur muovendosi – per scelta – sempre in territorio rigorosamente underground, ha visto progressivamente aumentare le fila dei propri sostenitori, anche fuori dalle terre scandinave, con tour di successo in Europa e Nord America e con collaborazioni importanti, come quelle con Dirk Ivens (The Klinik, Dive, Absolute Body Control), Henric de la Cour, Kite, etc. La popolarità del gruppo è cresciuta moltissimo in questi ultimi anni, anche grazie al successo del disco precedente Hardware, uscito nel 2012, e del fortunato singolo This Is Us (accompagnato dal video realizzato dal regista svedese Jacob Frössén) del 2014, antipasto in chiave dark pop melanconica del futuro full length Alkimia.

Con otto canzoni per un totale di circa quaranta minuti, il nuovo album degli ASG esce per la celebre label scandinava Progress Productions e riesce a sintetizzare l’anima della band, con brani diretti ed efficaci in cui tutto appare a posto, in perfetto equilibrio, pur mantenendo una tensione e un interesse che porta a divorare ben presto il lavoro, per poi tornare a riascoltarlo in cerca di particolari non notati in precedenza. Alkimia non mostra velleità sperimentali forzate. È un lavoro che s’inserisce in una grande tradizione, ma senza suonare citazionista o retrò, perché la materia è semplicemente stata assimilata alla perfezione: nutriti da sempre da sonorità dark, synth, wave, industrial ed EBM, gli ASG rielaborano in maniera personale una tale molteplicità di spunti sonori da riuscire a costruirsi una propria identità musicale definita. In tempi di “citazionismo” compulsivo – che spesso suona un po’ vuoto e falso – questo ci sembra senz’altro un grande traguardo. Avere un volto e un’identità, in fondo, è quello che ti permette di uscire dalla nicchia di genere, per farti apprezzare anche da un pubblico più vasto, senza per questo snaturarti o svenderti.

Into the Wild, sorta di versione oscura di This Is Us, con le sue linee di basso alla Joy Division e le sue ipnotiche tastiere minimal synth, è l’ingresso oscuro e selvaggio al mondo di Alkimia, anche attraverso la voce inconfondibile di Kristoffer Gripp, il quale, oltre ad essere il cantante degli ASG è anche l’artista responsabile delle immagini e della grafica del lavoro. Con New Dance, brano che riecheggia quanto di meglio fatto in Hardware, siamo lanciati, attraverso un accattivante riff di basso ad opera di Thobias Eidevald, in una corsa tra post-punk e tensioni sintetiche post-industriali. La nuova danza degli ASG si stempera progressivamente nella successiva Giants Fall, con cori da cui emerge un’anima synth pop melanconica, sospesa tra Twice a Man e Depeche Mode, per poi lasciar posto alla strisciante paranoia elettronica di Void (The Winning Hand), dove le abilità canore di Gripp si confrontano con le tastiere dark di Johan Lange e Henrik Sunbring, e i tape loops abilmente manipolati da Peter Fristedt.

Nella seconda parte del lavoro troviamo un brano dal sapore mitteleuropeo alla Kraftwerk come For the Young, ma anche la fredda e velocissima elettronica post industriale di Hexagon, dove riemergono paranoie sincopate alla Suicide rilette però in chiave cold wave. A proposito del singolo This Is Us, rileviamo come riesca a sintetizzare, anche grazie alle evocative immagini del video, tutta la malinconia della lunga notte invernale svedese e il tentativo coraggioso di superarla. È un brano che fa pensare a quanto di meglio fatto dai New Order, e in cui gli ASG mostrano il loro lato più melodico, accattivante e vitale, dimostrando così tutte le alte potenzialità del combo. Il brano più riuscito, però, è anche quello che chiude il disco, la monumentale Last Rites, dove oltre alla voce di Gripp, svetta anche quella di Nicole Saboune, che qui duetta efficacemente con Christopher Griffin (la Saboune presta la sua voce anche in Giants Fall e For The Young). Battiti metallici, stile Einstürzende Neubauten, ed epiche tastiere apocalittiche dipingono paesaggi di disperata bellezza, in cui convergono tutte le anime di questo disco, in una mirabile sintesi tra un romanticismo alla Nick Cave ed elettronica nordica.

Non si esagera affermando che Alkimia è, fino ad ora, la migliore uscita in campo dark/elettronico del 2015, poiché il disco suona molto più reale, sincero e ispirato di molte altre (seppur discrete e interessanti) produzioni recenti. Certo, è un lavoro che trova facilmente il suo posto nella rinascita di un certo “minimalismo analogico” d’impronta post industriale legato all’underground degli anni Ottanta. Si tratta di un genere che sta godendo di un ottimo momento, ma al di là delle mode e dell’hype, il qui presente rimane un disco particolarmente ispirato, con brani che funzionano e che non mancheranno di convogliare, come merita, l’interesse di un pubblico sempre più vasto.

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