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Anche per questo nuovo disco il duo torna giocando con i limiti, ossia imponendosi qualche paletto che stimoli la creatività: per Detroit House Techno in realtà si trattava di aprire i confini attraverso i numerosi ospiti, l’interazione coi quali serviva a portare su, o quantomeno ad accennare, strade nuove per una formula ad altissimo tasso di riconoscibilità. Rispetto allo scorso This Behavior, invece, la scelta è analoga: una stanzetta chiusa, stavolta tutta dipinta di nero, per far emergere quanto naviga “in acque profonde” (Mr. Lynch docet) senza tante distrazioni (d’altronde Gainsbourg ci aveva dipinto tutta casa sua, e non per un solo disco).
Sarebbe facile dire che quello che emerge è di conseguenza oscuro, a partire da un titolo che di fatto dice che quest’epoca così mediatica è di fatto una vita condotta nella menzogna: in realtà i Nostri non sono mai stati esattamente balneari, e qui si affidano all’armamentario affilato in carriera per smentire un luogo comune del decennio cui fanno riferimento musicalmente. Se negli anni ’80, infatti, l’esplosione della novità-synth sequencer risultava un trionfo del “finto”, dell’artificiale che si sommava ai già artificiali sentimenti espressi dal pop, loro da quel decennio recuperano anche il lato oscuro: non solo la sempre nominata Siouxsie e i DAF, ma anche le cantilene a un passo dalla stonatura di Kim Gordon, qualche proclama Lydon a costruire con i loro attrezzi una strada che in qualche modo riesce a toccare qualche zona Wire, Tuxedomoon, umanizzando anche qualcosa dei Kraftwerk per raccontare, come ha detto il nostro Edoardo Bridda in sede di presentazione, un mix tutt’altro che artificiale di “frustrazione, ansia e claustrofobia”, anzi reale e contemporaneo.
Tra la partenza già tirata di We Look Between Each Other, la marcia desolata e infestata di spettri di Second Nature, il rallentamento disorientato di Don’t Reduce Me (tra labirinti Depeche Mode più industrial), l’incazzata litania krauta di Why Always Why, una Total Total Damage che salmodia il titolo dell’album mentre viaggia “sparata verso il nulla” (sempre Edoardo), la baldanza Moroder di Have I Started At The End, fino alla conclusione di Untroubled Mind, dove qualche frequenza più acuta sembra far alzare la testa a prendere un po’ di respiro, i Nostri piegano electropunk, EBM e techno al loro sguardo inquieto verso un’epoca che rende poco inclini all’ottimismo. E dunque, sembrano dire, “balliamo sul(la fine del) mondo”: uguali a sé stessi, ma anche con solidità ed efficacia.
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