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5.6

Celentano sono anni, forse decenni, che non è più persona ma personaggio, autocaricatura che manco Teo Teocoli: maschera di se stesso, maschera e basta, ma fortunatamente maschera-voce (e pause. Ed ecologismo naïf). Questo fa di lui potenzialmente uno dei più grandi interpreti della musica italiana. Ma la musica italiana raramente ha saputo rendere piena giustizia alle sue potenzialità più grandi, coltivandole, educandole – ad esempio – alla fatica dei grandi album. Celentano ha però raggiunto una sua tarda (tardamente acquisita) maturità artistica, con i dischi realizzati nei primi anni Duemila con Gianni Bella alle musiche e Mogol alle parole. Adriano, classico straclassico e supernazionalpopolare come pochi, decide ora di tuffarsi nella contemporaneità tutta italiana di un disco di e con Negramaro, Jovanotti e Battiato. Sì, insomma, in un eterno presente-eterno passato tutto italiano.

Introdotti all'ascolto da una copertina che manco Richard Benson, si viene assaliti da una forte fortissima sensazione di déjà vu. Non ti accorgevi di me ha del geniale in tal senso, lo diciamo senza ombra di sfottò, con quel suo mischiare ad arte melodismo primi anni Sessanta, celentanità, (addirittura) Vinicio Capossela, colonne sonore di Lupin III e chitarre elettrock. E' un Negramaro-stile che qui calza a pennello a Celentano. Ti penso e cambia il mondo, testo di Gino Pacifico, spiega invece come basta un niente per scoprire che dietro quella facciata di déjà vu c'è semplicemente l'eterno ritorno dell'autoplagio, e di un fare melodramma che parlando d'amore parla come da un catafalco. Facciamo finta che sia vero è un matrimonio a tre, anzi a quattro, anzi a cinque: musica deandreianamente (5) flamencata e poi archi e coro superpathos sospeso di Nicola Piovani (4), che veste perfettamente il testo di Battiato-Sgalambro (3 e 2), per un'interpretazione celentanesca (1) obiettivamente maiuscola. Musicalmente, il tormentone Non so cosa più cosa fare è 100% Manu Chao (siamo dalle parti della riconoscibilità quando sfiora la caricatura, con quella chitarra acustica, quel coro sotto, quel ritmo martellante uniforme), mentre liricamente – testo di Adriano – è una specie di svilimento dell'accumulazione ritrattistico-nonsense di Ma il cielo è sempre più blu (lo scopo è sempre raccontare-nonraccontare la contemporaneità fatta di disillusione e amarezza), fino al cazzotto della seconda metà spoken word, con Battiato che parla in spagnolo. Anna parte fa sua certa cantautoralità italiana, da qualche parte tra De Gregori (le cadenze di fine strofa) e il gucciniano raccontare piccole storie di piccoli grandi uomini, in sovrapposizione con certi modi dell'ultimo Gaber. Stesso discorso di Ti penso e cambia il mondo per Fuoco nel vento (testo di Jovanotti): pathos, ma pathos cimiteriale. Jovanotti, sempre lui, prende lezioni di musica da Manu Chao e appunti dai testi-filastrocca – ancora, e sentire il modo con cui Adriano chiude certe linee – dell'ultimo stanchissimo Gaber e tira fuori un manifesto del "nuovo-qualunquismo musicalmente brutto", La cumbia di chi cambia, il brano peggiore del disco. Poco più di una gag nostalgica poi il cha cha cha, con gran cerimoniere Raphael Gualazzi (e un sacrificatissimo Trilok Gurtu alle percussioni), de La mezza luna. Chiude in bellezza un Adriano predicatore sbrigliato nell'autografa – tutto sommato divertente (perché davvero sopra le righe; ci sono echi di Prisencolinensinainciusol) – contro-lezione di economia de Il mutuo, musicalmente un plagio abbastanza spudorato di Amandoti nella versione di Gianna Nannini. Occhio però: il messagio più profondo di questo disco è di non tirare mai più in mezzo Jovanotti.

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