Recensioni

Tu puoi credere di sapere tutto di Antony Williams, puoi conoscerne a menadito ogni possibile espressione, la sua prossima uscita ti lascerà comunque spiazzato. Ci eravamo già cascati nel 2008 quando ancora era solo Headhunter e, dopo la serie strepitosa di 12'' su Tempa, il suo dubstep scuro e intransigente faceva con l'album Nomad un passo indietro verso un volto più quadrato e indefinito. Succede di nuovo oggi, dopo che i singoli pubblicati finora come Addison Groove e gli esplosivi dj-set a base di juke-techno ci avevano fatto credere che l'album in arrivo sarebbe stato la consacrazione definitva del footwork nella sua accezione clubbing.
Transistor Rhythm invece gioca in maniera più sottile. L'attitudine club è resa per estrapolazione, spogliandola dei massimalismi obbligatori per le notti e sposando gli umori più circospetti della bass music. Il sound è essenziale, lontano dagli eccessi, fatto di stimoli meno espliciti: non è il footwork pirotecnico di Room(s) ma una versione più ragionata, se vogliamo più nobile, che si apre lentamente durante gli ascolti. Le prime due tracce rendono bene la natura sfuggente del disco: Savage Henry è bass music drogata e disarticolata, fuori il vibrato e dentro ritmo e vocal grooves, intenzionalmente sottotono, trattenuta; Bad Things è irrintracciabile, lussuriosamente funk ma di una freddezza meccanica che cammina diffidente. Non si balla e non si sta fermi. Ci si contorce affamati.
L'energia footwork vien fuori comunque, ma sempre attenta a non scoppiare in modo convulso. Il Chicago juke di Beeps è quello che farebbe Machinedrum se invece della jungle scoprisse la passione per il wonky: vale a dire grintoso ma geloso del proprio spessore. Anche quando si avvicina a certi estremi (vedi le scorie fidget dei Crookers in Sooperlooper o la rigidità techno di Starluck) lo fa con ironia, in maniera caricaturale, tenendosi stretta la torre d'avorio che si è scelta per dimora. E poi magari torna a rifarsi il trucco su una cassa in quattro più consona alle buone maniere (Energy Flash Back).
È la demolizione controllata del volto live di Addison Groove, intellettualizzata per l'ascolto consapevole. Il disco funziona bene, sfoggia una varietà di soluzioni impressionante e non si ferma mai più di trenta secondi sullo stesso schema. C'è un solo appunto da fare, ed è lo stesso che si poteva muovere a Nomad: per la seconda volta l'album di sir Williams ti nega la potenza di fuoco che l'artista è capace di tirar fuori live e su EP, facendone una questione di gusto per palati sopraffini. In altre parole, ti toglie la potenzialità più importante, quella che non ha mancato di conquistare gli ascoltatori fino ad un attimo prima. Ci fosse anche questa sarebbe un capolavoro, così invece è il disco ottimo di un talento come pochi.
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