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6.7

Giro della vittoria? Comfort zone? Capolavoro? Flop? Oppure un altro laboratorio di sperimentazione come Testing? Che titolone appiccicare a questo stramaledetto Don’t Be Dumb? Per cui abbiamo aspettato 8 lunghi anni di prese in giro, provocazioni, allusioni, smentite, giganteschi buchi nell’acqua? Ma soprattutto, perché farlo? Perché dare così tanta importanza a un disco che sin da subito gioca, piuttosto bene, nel mandare un gigantesco dito medio a tutti noi?

Non siate stupidi. Il titolo del disco diventa subito un monito profondamente ironico, perché mentre abbiamo aspettato, mentre ci siamo incazzati, mentre abbiamo nervosamente attaccato la credibilità artistica di A$AP Rocky (Rakim Mayers), il rapper, fashion icon, attore, esteta di Harlem ha vissuto la sua miglior vita. Sposato con la popstar dei sogni (Rihanna, ovviamente), con cui ha già fatto tre figli, co-presidente del Met Gala ’25, il più Eyes Wide Shut di tutti gli eventi che comprendono le star, attore apprezzato in due ottimi film (Highest 2 Lowest di Spike Lee e If I Had Legs I’d Kick You di Mary Bronstein), direttore creativo di Ray-Ban e nuovo ambasciatore di Chanel.
Quindi sì, probabilmente questo disco, creato con tutta la leggerezza del caso, è sia un giro della vittoria molto sfacciato che una comfort zone parecchio evidente, sia un tentato laboratorio di sperimentazione sia, probabilmente, un mezzo flop.

Non tanto perché Don’t Be Dumb sia raffazzonato, mediocre o prevedibile. No, il quarto LP di Rocky, messo nelle mani di un qualsiasi trapper da classifica, avrebbe le misure giuste per essere un mezzo capolavoro discografico. Creato con una sfilza di producer enorme, varie ospitate al microfono (tenute nascoste in scaletta) e una serie di collaborazioni extra-musicali (la copertina è stata realizzata da Tim Burton, con diversi alter ego di Rocky in versione fumetto attorno al titolone, barrato da un segnale rosso), l’album prosegue quella malia estetica dei dischi precedenti, tra LSD, gioielli e approccio punk, confermando quale sia il segreto della poetica di Meyers: una solidità e un estro estetico sempre al punto giusto, che consentono sia all’apparenza che alla sostanza di presentarsi molto bene, perfettamente quasi.

Ecco quindi un Rocky vagamente androgino, spaccone, giovane bruciato con vestaglia e bigodini,a sfidare il mondo esterno con i suoi party in garage. Così lo troviamo nel videoclip di Punk Rocky, un orecchiabilissimo indie pop dal prefisso psych- che guarda alle classifiche, in cui Rocky gioca a fare il ribelle tormentato dal cuore spezzato (e con un occhio nero), magnete per una Winona Ryder che, co-protagonista nel video, è sia simbolo di una retromania che ritorna a più riprese nel disco, sia di una generazione distante ma attratta dall’hip hop come mondo altro, libertino, sregolato.

Sono inevitabili allora i punti su cui gli altri cortometraggi del mondo Don’t Be Dumb insistono: una Helicopter alienata, parecchio Migos-iana per flow e atmosfere, che si dispiega in un affannoso e iper-saturo videogame d’azione, riprendendo un’estetica da PS2 e il fascino del caos. Lo stesso fascino che ha poi invaso il video-medley Whiskey / Black The Marco, dove una serie di personaggi (gli stessi alter ego che troviamo in copertina) fugge dal quaderno di Tim Burton (protagonista del video, confuso e ubriaco in un anonimo bar, mentre la strumentale di Whiskey rieccheggia in sottofondo), per conquistare una piccola parte dell’ordinario a suon di fughe in macchina e voli in elicottero in un mini-market (mentre la cartoonesca Black The Marco, paratattico glitch-rap, molto vicino a paladini art-rap come Danny Brown, JPEGMAFIA &co, esplode in accompagnamento).

Alla fine Don’t Be Dumb è questo: una dedica al caos che, per certi versi, funziona, e pure piuttosto bene, grazie a dei richiami sonori che, variegati, spudorati e spesso idiosincratici, rimangono ben adattati al “Rocky universe”. No Trespassing, che sembra un classico Neptunes, nel linguaggio di A$AP perde molto del cinismo del Virginia Sound di Pharrell Williams, per andare, con convinzione, verso uno spazio più disorientante e indefinito; Stay Here 4 Life, che registra un Brent Faiyaz strabiliante, porta sulle nuvole una classica impalcatura southern con grandi esiti; lo stesso fa Whiskey (con un insospettabile duo Damon Albarn / Westside Gunn ai vocals), dal retrogusto appena accennato di languido jazz a tentare di ri-significare in parte un clima da Three 6 Mafia, una delle influenza cardine del primissimo Rocky.
Don’t Be Dumb / Trip Baby, invece, sembra essere il vero capolavoro dell’operazione, con la prima parte che è forse il manifesto definitivo di un cloud rap fugace e irresistibile, nonché picco timbrico e melodico del disco (non a caso prodotto dal maghetto Clams Casino ), e una seconda parte (curata invece da Harry Fraud) che maciulla gli ingredienti precedenti in un flusso di coscienza stordito, narcotico e, purtroppo, un po’ meno efficace di un primo segmento che vorremmo non finisse mai.

Persino i tentativi più insospettabili (ROBBERY con Doechii, un duetto tra sesso e criminalità spalmato su uno standard di Duke Ellington; THE END, climatico ritratto di un’apocalisse con will.i.am dei Black Eyed Peas e una nivea Jessica Pratt a chiudere in bellezza) portano endemicamente grande coerenza estetica e fascino stilistico. La convinzione tuttavia, che è marmorea dall’inizio alla fine (forse aumenta nel tempo), è che tutte queste sfarzose vignette di licenziosità, vittoria, fantasticherie e scorribande, pur coerenti nell’idioma del artista, affascinanti e ben fatte, funzionano molto meglio da sole che in un disco, molto meglio da puro appiglio estetico che da frammento di un mosaico. Questo sgretolamento interno, che dalla versatilità arriva alla perdizione molto facilmente, non consente a Rocky di sbocciare con le sue soluzioni compositive più intelligenti. E per un artista il cui inchiostro è da sempre molto limitato, è un problema che non riuscirà mai a passare inosservato.

Per non parlare, poi, dei momenti in cui Rocky sembra davvero perdere la bussola e farsi guidare dall’anonimo vento dei cliché. Nella barbosa Stole Ya Flow imbastisce un diss (probabilmente al solito Drake) dove ripete, come un disco rotto, i soliti tre concetti: “Drake mi ha rubato il flow, io gli ho rubo la ragazza… ah, sono il migliore al mondo e ho tanti gioielli”. La stessa ossessione per  flow in triplets e autocelebrazioni torna in Helicopter, Stop Snitching e Order Of Protection, abusi di un trap sound che, onestamente, cominciava già a stufare dieci anni fa (e continua a farlo “grazie” a formulaici poeti dell’808 come 21 Savage, Offset, Kodak Black e altri)  e che al massimo, nel caso di Meyers, può mantenere quel minimo di appeal per non sfogliare e cambiare pagina.

A salvare, in parte, A$AP Rocky allora, sembra essere la convinzione del suo stesso gusto estetico: quell’insieme di abitudini, attrazioni, influenze che, in un modo o nell’altro, qualche bella soddisfazione se la portano a casa.
Otto anni, tuttavia, per un Testing con meno ambizione, un Live.Love.A$AP meno carismatico e un At.Long.Last.A$AP decisamente meno totalizzante, davvero ne valgono la pena?

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