Recensioni
L'orso, Edipo, The Telescopes, Foxhound, Drink To Me
A Night Like This 2012
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Gabriele Marino
- 8 Agosto 2012

Il modello Ypisgrock ha avuto un successo crescente e si è imposto con decisione, almeno da metà dei Duemila, a livello nazionale e oltreconfine (Pitchfork, per dire, lo citava tra i must della stagione festivaliera estiva 2011). E oltre alla crescita oggettiva (numeri, nomi, istituzioni, partner coinvolti) del festival siciliano, la prova, e forse anche quella più decisiva, sta nelle filiazioni, nel fatto cioè che la formula ypsina musica (internazionale) + location decentrata (piccola, accogliente, suggestiva ecc.) + promozione del locale (artisti, paesaggio, monumenti, enogastronomia ecc.) viene sempre più e da più parti vista come l’alternativa possibile – e sostenibile – ai festivaloni ingolfati e ingolfanti e ai soliti grandi circuiti urbani. A Night Like This nasce esattamente con questo taglio e con questa ambizione, e tanto che oltre ai ragazzi dell’omonima associazione milanese, ci ha messo lo zampino anche uno degli organizzatori di Ypsig.
La prima edizione di solito la si vuole – la si deve – catalogare alla voce scommessa, chiaro, ma forse proprio perché, per quanto a strascico e in ritardo, una certa cultura o meglio un certo modo di affrontare il discorso musica dal vivo sta maturando adesso anche in Italia, questo festival indie nel cuore della provincia italiana, nel cuore del Piemonte a due passi da Ivrea, ha avuto uno start up di tutto rispetto. Possiamo dirlo: inaspettato. Non i soliti quattro gatti dei rodaggi, ma 600 persone già alle 20:00, quando ancora il sole batteva forte e non si era entrati nel clou delle esibizioni più attese. E alla fine dei giochi, alle 02:00 passate, i biglietti staccati sono stati ben 1300.
L’organizzazione dei set è stata a incastro, con poche necessarie sovrapposizioni, soprattutto se si conta che le band erano 20 e spalmate su 3 palchi. Noi abbiamo seguito per lo più i due palchi principali, quello Delle Colline, sistemato all’interno di un campo di calcio, e quello Dell’Esploratore, sistemato all’interno del Pluriuso, un grande capannone di legno a 100 metri dal campo. Del piccolo palco acustico, sistemato su un lato del capannone (e sempre nella centralissima Piazza Ombre del piccolo piccolissimo comune di Chiaverano), il Palco Del Quieto Vivere, siamo riusciti a seguire per bene i soli Croco, duo eporediese dedito a un indie superintimista (voce femminile di quelle che ci piace etichettare “alla Giuppi Izzo”, tastierina, laptop) che non è proprio la nostra tazza da thé ma che pure ci ha convinto in tutto e per tutto. Bravi.
L’Orso ed Edipo sono i due che più e meglio siamo riusciti a seguire del palco nel capannone. L’Orso ci è parso eccessivamente penalizzato dalla non ottima resa acustica (leggi rimbombo; davvero ottima invece sia come settaggi che come volumi l’amplificazione del palco acustico e del palco principale). Il secondo, accompagnato da una batteria e da un synth, supergalvanizzato da un pubblico numeroso e caloroso perché intenzionalmente stipato, anche e soprattutto per l’improvviso cambio di clima e il conseguente vento freddo che ha cominciato a tirare in coicidenza con la sua esibizione (e che ha spinto molti a ripararsi appunto sotto l’unico tetto del festival), si è fatto apprezzare per verve, staging e interazione col pubblico.
Palco principale. I Telescopes, preceduti dai giovanissimi Foxhound (che hanno ottimamente preparato loro il terreno, con gli stessi ingredienti cioè – leggi garage e psych – in salsa indie e young), si sono impegnati in un sabba – ma solare, fragrante – psych-shoegaze fatto di lunghe dilatate jam, con Stephen Lawrie perennemente inginocchiato sul palco e con la voce echizzata. (Inaspettatamente) tostissimi. True believer lui e simpaticissimi tutti, con uno dei due chitarristi che a un certo punto, dopo l’esibizione, ci ha abbordato e quasi costretto – con molta e molto alcolica autoironia – a un’intervista. Peccato solo che, piazzati comunque nel pomeriggio, avrebbero meritato più pubblico.
I Drink to Me hanno dovuto contrastare quel po’ di pioggia che è arrivata su Chiaverano quando invece a pochi chilometri tutt’intorno diluviava o addirittura grandinava, e fronteggiare una serie infinita di problemi tecnici con sampler, spinotti, cavi e canali mixer che hanno fatto ritardare l’inizio dell’esibizione di almeno venti minuti. Se Edipo era galvanizzato, loro erano letteralmente infiammati dal suonare praticamente a due passi da casa e in una location – ormai immersa in un buio blu e in un fresco boschivo – davvero splendida. La scaletta si è sovrapposta in molte parti con quella del Traffic di Torino (9 giugno, quando hanno suonato prima degli Orbital): ma mentre lì l’emozione li aveva fatti patire e partire un po’ in ritardo, qui li ha subito accesi, col risultato che, tra bengala dati alle prime file del pubblico ed extended version di The Elevator, Space, David’s Hole, Picture of the Sun e soprattutto Henry Miller, si è finito addirittura con lo stage diving e il crowd surfing di Roberto Grosso (già Diecicani/TenDogs). Nel 2007 all’Ypsigrock – ma occhio, perché erano praticamente un’altra band, in tre e con la chitarra, molto più garage-cazzoni che electro-psichedelici – ci avevano fatto storcere il naso, e su disco continuano a non farci strappare i capelli, ma questa ad ANLT è stata un’esibizione luccicante e ispirata (luccicante perché ispirata).
Summer Camp – anche loro con un bel po’ di ritardo sulla scaletta – impeccabili, grandissima cura per gli arrangiamenti (di fino la batteria), e molto più tosti che su disco, perfettamente bilanciati tra un indierock generalista eppure sorprendentemente raffinato e affondi quasi-disco spennellati di seppiata consapevole naiveté.
In fine gli Aucan, partiti con una lunga lunghissima intro ronzante sibilante che ha fatto da sottofondo a un entrata in scena dissimulata e teatrale. I bresciani incappucciati sono dei veri trattori electro-dubstep-rock, niente da dire, e hanno avuto innegabili punte di efficacia proprio a livello di impatto e di compattezza del suono; ma alla lunga il tutto – e nonostante un bell’accenno sulla fine quasi-house, a movimentare la tavolozza, subito però normalizzato e rientrato – un po’ troppo monolitico/monocorde.
Per chiudere, sul palco al coperto, quando il fresco era ormai diventato freddo, il djset di Fede di Kicks Up. Abbiamo seguito solo l’inizio, ma ci è sembrato troppo appiattito su un dance-rock magari efficace ma poco interessante. Aneddoto: un’amica passa al dj un bigliettino con scritto “Elettronica no?” e un sorrisino. Il dj prende e fa il biglietto a pezzetti. Quando invece poteva stupirla con un Villalobos & Loderbauer, peccato.
Dopo una maratona di 12 ore dal primo pomeriggio a tarda notte, prima sotto il sole poi quasi a patire il freddo, comunque, in due parole: massacrati ma contenti. Scommessa vinta ed esperimento riuscito. E a questo punto non possiamo che augurarci che, nonostante tutte le crisi possibili in giro, ci sia anche una seconda edizione di ANTL.
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