Recensioni

Se la ragione sociale A Minor Place non vi dice nulla, significa che è tempo di rientrare in carreggiata e recuperare fin da subito il tempo perduto. Lo ammetto, era da molto tempo che non riuscivo a sintonizzarmi con tanta naturalezza sulle frequenze emanate da un band nostrana, impiantata saldamente nella provincia di Teramo ma con lo sguardo proiettato alla Bristol della Sarah Records dei primi nineties.
Gli A Minor Place sono Andrea Marramà e Roberta D’Andrea, marito e moglie, e – come si legge nella loro bio – genitori di due figlie. La loro ricerca, in musica come nella vita, vibra in quella dimensione ‘domestica’ dove l’atto creativo viene concepito in spazi e tempi lontani dalla frenesia e, soprattutto, in linea con le attitudini e le peculiarità di artisti-amici con cui prendono forma i lavori del duo. I Nostri fanno le cose seriamente senza mai prendersi troppo sul serio dando l’impressione di rincorrere minuscole lucciole frattanto che parole e musica aprono squarci di luce: è ciò che è accaduto nel rivelatorio It’ll End in Smile (2021) e nel successivo Songs are Lying (2024), in cui è stata perfezionata quella irresistibile formula a base di camaleontico indie-pop, in linea con riferimenti mai celati quali Pastels e Belle and Sebastian, capace di disegnare e definire un corollario di gioiose malinconie.
Il nuovo disco Richard, Barry, Livia and Roy prende forma durante le sessioni di registrazione del precedente Songs are Lying, nei ritagli di tempo in cui è vitale staccare la spina per evitare di essere fagocitati dai dubbi sul lavoro prodotto. È proprio lì che riff, linee di chitarra, melodie hanno trovato la loro naturale dimensione intrecciandosi con un anomalo concept ruotante intorno alla figura di Livia e alle sue immaginifiche avventure. E se in musica lo spettro sonoro si propaga fino a sconfinare nell’indolenza chitarristica di casa Yo La Tengo (Livia is Running for Mayor), ai Notwist più squisitamente pop (Livia is Dating a Guy) e ai paesaggi nostalgici delineati da The Reds, Pinks and Purples di Glenn Donaldson, la scrittura riflette l’astrattismo narrativo del Richard Brautigan di Pesca alla Trota in America (costituito da una serie di aneddoti con gli stessi personaggi che ricompaiono più volte all’interno delle diverse storie) e la romantica delicatezza de Il Mondo di Roy di Barry Gifford. Un gioco di suggestivi rimandi che concorrono a rendere incredibilmente ricco il quadro (motivo ripreso anche nell’artwork) entro cui si muove Livia, a sua volta avviluppata in una galassia di personaggi che appaiono come ombre, pronte a risvegliare emozioni complesse e riflessioni; Richard, Barry e Roy non sono solo comparse ma simboli di quello che gli A Minor Place provano a tirar fuori dalla loro musica: la frammentarietà dell’essere umano, le sue contraddizioni e la sua bellezza nascosta.
Tutto corre veloce, proprio come Livia, e in meno di trenta minuti il duo teramano riesce a creare un universo fatto di colori, immagini e suoni che si appiccicano addoso e spingono – come in un vorticoso loop – a voler ripartire da zero e volerne ancora e ancora.
Amazon
