Recensioni

David Grubbs è un campione nel far passare lo zeitgeist nella cruna della propria firma, personalità, della propria intensissima intelligenza. La sua carriera è un pendolo che oscilla tra lo spirito dei tempi che divampa e il peculiare di David. The Thicket era un esempio perfetto. Secondo disco solista, ma dopo un disco di avanguardia che porta il nome dell’autore come fanno i compositori (qualifica che Grubbs ha di fatto e anche per accademia) e non i cantautori. Microcosmo che riassume il pensiero perché sì, è un album di canzoni (?), ma c’è abbondanza di crema dei tempi, da John McEntire a Tony Conrad. E un certo distacco ecumenizzante.
C’è un punto di Super-Adequate, quinta traccia di The Plain Where the Palace Stood, dove il riff di chitarra elettrica e il trotto della batteria lasciano spazio a una distensione con chitarra acustica, e la modalità è nota per chi segue Grubbs da qualche lustro. È una classicissima distensione di quei Gastr Del Sol che carezzavano John Fahey per umanizzare l’avant. Ritroviamo quel modo di fare nel disco più smaccatamente rock di David – da, appunto, qualche lustro fin qui. The Plain Where the Palace Stood si apre con la title-track che nasconde nella narrazione slintiana un flauto free. E in rare occasioni rinuncia a elettrificare quello che torna a essere strumento principe per Grubbs, così come, chi di recente l’ha visto suonare dal vivo, si sarà accorto.
L’episodio di Super-Adequate ci dice però altre cose. Anzitutto – ma quel che sto per dire è più chiaro negli episodi più cantautorati, vedi I Started to Live When My Barber Died – dà un frame possibile della sensazione più persistente all’ascolto, un senso di familiarità, ritrovare un amico e capire che gli si può dare ancora tanta fiducia. D’altra parte quello è un episodio isolato di esplicitazione dell’accostamento tra mondi – avant e fingerpicking come succedeva negli ultimi due dischi di Gastr, post- e acustici come accade qui. In The Plain… accade piuttosto che le raffinatezze della composizione siano leggere e intrecciate in modo poco evidente – poco dinamico, senza schizofrenia – alle mosse più tradizionali. Come accadeva in The Serpentine Similar. Ma allora c’era spirito dei tempi, qui abbiamo un amico, il suo gusto di scrivere e proporre melodie dall’armonia sempre in qualche modo laterale.
Tutto questo sta a dire che uno come David Grubbs, che insegna composizione, sa comporre facendo vedere come dai Gastr si poteva togliere la parte smaccatamente legata al codice della sperimentazione (per timbri e strutture) eppure continuare a sperimentare (First Salutation). Ornamental Hermit è un piccolo capolavoro perché ricama il refrain in un sistema di “movimenti”, non in un rondò-canzone. Al netto dell’uomo che conosciamo e che ci è familiare, ce n’è pochi che possono oggi sospendere la precisa collocazione temporale di brani a cavallo tra post-rock e slo-core come Abracadabrant e restare credibili.
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