Lindsey Jordan, in arte Snail Mail, è l’artista con la quale introduciamo gli album di questo nuovo weekend discografico, che sul lato indie chitarristico non propone granché. Anche la stessa artista statunitense, che proprio grazie a quel sound s’era fatta un nome ai tempi dell’esordio Lush (2018), non sembra crederci più, o perlomeno in questa strombazzata seconda uscita, Valentine: se il porto sicuro è diventato quello del pop, la produzione accoglie ora cadenze hip hop (Forever), elettronica e qualche tocco in sede di produzione che si rifà agli inizi dei 00s. Le chitarre ci sono sempre, questo è sicuro, ma non l’ortodossia, e ciò che ce ne fa consigliare l’ascolto è la scrittura, autobiografica e fatta di storytelling, proprio come quella di Waxahatchee (anche ospite nel disco), eppure maturata rispetto al sopracitato, acerbo, debut.
Scandagliando la sezione del portale relativa alle nuove uscite, sempre alla ricerca di chitarre, incontriamo Against The Blade, ma le sei corde qui sono compresse e distorte, proprio come quelle dei Nine Inch Nails e di Marilyn Manson nei 90s, e non sono certo quelle dell’indie della K Records. Parliamo del nuovo EP degli Horrors, che questa metamorfosi in senso industrial rock, altezza Lollapalooza, ce l’avevano già fatta vedere in Lout, l’altra uscita nello stesso formato dello scorso marzo.
Chitarre accarezzate e non più suonate da un plettro sono quelle che s’ascoltano nella nuova, dilatata, prova di Connan Mockasin. Il suo Jassbusters Two è un sequel di quel Jassbusters che nel 2018 fece gridare al capolavoro per il neozelandese. E similmente a quello – e approfittandone del culto – si propone come una sorta di «ipotetica colonna sonora per una produzione televisiva immaginaria», tra mollezze r&b e, naturalmente, psichedelia, come se non ci fosse altro al mondo.
Della recensione del disco si occuperà Stefano Solventi, che è rimasto ben colpito anche dall’album di Emma Ruth Rundle. Con Engine Of Hell la chitarrista si siede al piano e mette a segno un album intimo, austero e intenso. Una terapia, forse. O una rinascita, concetto quest’ultimo che s’appicca bene a Musicking, l’album che segna il ritorno in gran spolvero degli americani Old Time Relijun. Disco che tara il tipico intingolo di blues stralunato, garage storto e abrasioni no wave della formazione capitanata da Arrington De Dionyso facendolo però con un’organicità inedita. Sono sempre loro alla fine, ma è un gran bel sentire, questo è sicuro (recensione di Massimo Onza).
Dall’Australia con furore vengono invece gli Springtime, nuovo power trio formato da Gareth Liddiard (Tropical Fuck Storm), Jim White (Dirty Three) e Chris Abrahams (The Necks). Il loro omonimo debut parte da fantasmi caveiani per costruire una poetica struggente e tenebrosa. Un magnetico mix di improvvisazioni notturne, barlumi nel buio e oscure diramazioni free che possono raggiungere poderosi picchi di rumore (e sono le parole sempre di Onza). Altro disco sorprendente è Solution Is Restless, pubblicato Joan Wasser, in arte Joan As Police Woman, in compagnia della scomparsa leggenda Tony Allen e con il prezioso contributo di Dave Okumu. Secondo Marco Boscolo che lo ha recensito, questo rilassato intingolo di soul, r’n’b, funk, afrobeat e rock ha le carte per lasciare un segno profondo in questo 2021. E così pare anche la produzione, simile e compatibile, proposta da Curtis Harding con If Words Were Flowers via Anti-. Così come sul lato delle commistioni jazz di queste musiche c’è Monkey Riding God dei The Breakbeast.
I fan dei Radiohead questo WE hanno occhi e orecchie solo per Kid A Mnesia, ma per chi ha voglia di nuova musica fatta da iconiche star del passato c’è Voyage. Impossibile non parlare del nuovo album degli Abba questo fine settimana, anche perché è il primo lavoro in 40 anni e lo show ologrammatico che il quartetto svedese ha pianificato per promuoverlo è una quelle cose che potrebbero darvi una buona scusa per iniziare a utilizzare l’aggettivo cringe. E sempre per la serie grandi ritorni, c’è Diana Ross con Thank You, disco simbolo attraverso il quale poter riavvolgere il nastro di una maestosa fortuna e ringraziare chi l’ha resa possibile.
Sul lato dell’elettronica – passando per 124, il nuovo 12” firmato Donato Dozzy – è sempre bello tornar a parlarvi di uno storico volto Warp Records, Mira Calix. Il suo absent origin (scritto proprio così, in minuscolo e con la prima parola barrata) è un disco che riprende brani, cut-up, suggestioni e ricordi dal passato della musicista inglese e li attualizza con sperimentazioni inedite e connessioni con la storia del collage. Ogni brano s’ispira al lavoro di artisti visuali con il materiale sonoro a venir processato, sintetizzato e costruito attraverso l’uso di melodie elettroniche e ritmi dance che si sviluppano su ritmiche inusuali. Sull’ambient, doverosa segnalazione per un piccolo grande lavoro in questo senso: 9 Airs di Leif. Si tratta del quinto lavoro da studio per il producer gallese di stanza a Londra. Un centro pieno fatto di elettronica delicata dagli elementi acustici e concreti (recensione di Marco Braggion).
Songwriting di qualità è invece quello proposto da Andrea Chimenti nel suo decimo album solista, Il Deserto La Notte Il Mare, un viaggio in dieci raffinate tappe/canzoni alla ricerca di sé, di una nuova dimensione spirituale come possibile salvezza. E sempre dall’Italia segnaliamo Home, il nuovo album della compositrice, musicista, produttrice e ingegnere del suono pugliese Matilde Davoli (già negli Studiodavoli e alla guida del progetto Girl With A Gun, senza contare collaborazioni con Laetitia Sadier, Indian Wells, Giorgio Tuma e Populous), all’insegna di un mix tra dream pop, psych e synthwave.
Le uscite discografiche non sono finite qui. Trovate l’intero dettaglio nel consueto settimanale di SA, Weekly.
