Dopo un weekend un poco fiacco – ma che ha regalato almeno un’altra chicca targata Melvins e un ottimo ritorno dei Vanishing Twin – arriva uno di quei giorni in cui c’è da perdersi nelle uscite discografiche e non solo per la loro quantità.
Sono una trentina le uscite presenti nel nostro settimanale e molte di loro meritano attenzione, a partire da quel piccolo evento che è ogni nuova prova di Caetano Veloso. Al netto delle collaborazioni, questo è il suo primo lavoro solista da qualche anno a questa parte. Un Abraçaço è del 2013 per intenderci e chiudeva una trilogia elettrica iniziata con Cê e continuata con lo splendido Zii e Zie. Il nuovo Meu Coco lo vede collaborare con il compositore Jaques Morelenenbaum e il cantautore e violinista Thiago Amud (che si è occupato degli arrangiamenti), oltre al contributo alle voci di Dora Morelenbaum e di Letieres Leite. Oltre alla bossa (Pardo) e alla saudade (Cobre, Voce-Voce) ovviamente c’è di più: c’è l’intera cultura musicale brasiliana che s’esprime questa volta con un linguaggio acustico e “visivo”, anche grazie a un’orchestrina a tratti acusmatica, persa nel tempo (chitarre, pletore di fiati, generose percussioni), proprio come ascoltiamo nella traccia che apre il disco, che è poi la title track, ovvero lì per darci il metro con il quale dovremo misurare le altre. La qualità, lo si è capito, è alta. Questo di Meu Coco è un Veloso cinematografico, ispirato e scanzonato (Sem Samba Nao Da), notturno (Noite de Cristal) e delicato (Autocalanto). Insomma, per la brevità concessaci in questa sede, un grande ritorno. Proprio come lo sono altri due dischi, diversi per genere, eppure accomunati dall’ottima forma dei loro protagonisti. Da una parte, abbiamo dei Deerhoof, che dopo qualche prova non al top tornano a confermarsi ad alti livelli con Actually, You Can, il disco con il quale tornano a dare lezioni di melodie pop tritate da raptus fulminanti e arrangiamenti inaspettati. E sono le parole di Massimo Onza che lo ha recensito. Dall’altra c’è Grouper che, nel suo dodicesimo disco, improntato su voce e chitarra, scrive canzoni come se imprimesse passi sulla neve. In altre parole abbiamo una Liz Harris per certi aspetti inedita, più scarna e asciutta, ma mai così intima, scrive su queste pagine Mauro Bonomo. Anche qui come per la prova della formazione statunitense, abbiamo un TOP ALBUM.
Sulla scia di una produzione intima e ombrosa si colloca Kira Roessler, meglio conosciuta per essere stata bassista della storica hardcore band Black Flag dal 1983 al 1985 (ha suonato negli album Family Man, Slip It In, Loose Nut e In My Head), nonché metà dei Dos assieme a Mike Watt dei leggendari Minutemen. Il suo KIRA è ricercato e consapevole, denso e notturno, e fa il punto sulla vita dell’artista con scelte e arrangiamenti non immediati eppur affascinanti, afferma Onza. Altro disco, molto interessante dunque, da mettere prima o dopo -io, il nuovo orchestrato, stregonesco, disco di Haley Fohr, in arte Circuit Des Yeux, una che la musica l’ha sempre vissuta come pratica di liberazione dall’oscurità, o esorcismo o catarsi o tutte queste cose assieme, e che qui si presenta come una specie di Scott Walker mutuata Nick Cave mutuata Moondog (recensione di Antonello Comunale in arrivo).
A chi di tenebre e inverni non vuol sentir parlare, e del pop apprezza una componente riflessiva che non rinunci a un tocco glamour, il weekend discografico propone Far in, l’album di un Helado Negro che riflette sullo scorrere del tempo attraverso il racconto del suo essere membro, e allo stesso tempo outsider, di una comunità. Le coordinate del delizioso viaggio spaziano tra nostalgia, synth melliflui e onirici dancefloor casalinghi (recensione di Stefano Capolongo in arrivo). Che sono poi quelle che ci permettono di tracciare un collegamento con una Lana del Rey che torna a stretto giro da Chemtrails Over the Country Club con questo, Blue Banisters, in cui l’abbiamo già vista guidare trattori e ascoltata in versione Evita. Anche nel suo caso abbiamo un disco molto personale, più riflessivo del solito, anche psichedelico, come suggeriscono gli arrangiamenti dell’opener Text Book.
E a proposito di psichedelia pop, quella più avant dello scacchiere, ecco che tornano i Clinic. Fantasy Island è il primo lavoro della band di Liverpool in formazione ridotta. Il loro album più elettronico e pop, recita una press che elenca scrittori, filosofi e musiche che lo hanno espirato, da Marshall McLuhan al padre della fantascienza H. G. Wells, passando per i paladini del synth pop Human League all’Italian Cosmic Disco, e fino ai vecchi dischi blues e la Memphis Jug Band. Il consueto, eccentrico, prodotto di un gruppo che fa sempre lo stesso disco eppure lo fa sempre bene. Ascoltate il tiro da chansonniers in acido di The Lampligher per farvene un’idea, e se volete proseguire in questo senso – tra ironia implicita e understatement – mettete sul piatto – si far per dire – Chansons d’Ennui Tip-Top, il disco francese dell’ex frontman dei Pulp, Jarvis Cocker, gemellato con l’ultimo lavoro cinematografico di Wes Anderson, The French Dispatch.
Il weekend segna anche il ritorno di decani della scena musicale: i Duran Duran rientrano in pista in buona forma con Future Past – recensito da Alessandro Liccardo – mentre Elton John propone le sue Lockdown Sessions tra inediti e rifacimenti di classiconi. E in entrambi i casi parliamo di dischi fatti come li si fanno ora: con mille collaboratori. Nel primo, però, abbiamo una formazione che ne ha tratto vantaggio senza rincorrere trend e mode (come avevano fatto in passato con Timbaland e Timberlake), nel secondo, al contrario, si tratta di una prova che pende dal lato della produzione luccicante e contemporanea. Una festa che si consuma qui e ora, e che non lascia molto dietro di sé.
C’è anche un lato prog da segnalare: la PFM propone un album in doppia lingua che si rifà a un classico di Philip K. Dick per parlare dell’alienazione tecnocratica del nostro presente (Ho Sognato Pecore Elettriche / I Dreamed of Electric Sheep), mentre i Dream Theater sognano insediamenti alternativi nell’universo nel loro A View From The Top Of The World.
Sul lato indie chitarristico è un piacere riascoltare dei gloriosi dischi firmati Guided by Voices (It’s Not Them. It Couldn’t Be Them. It Is Them!) e Parquet Courts (Sympathy for Life), quest’ultimi più groovey che mai. Su quello più elettronico Matthew Herbert torna con l’alias house Musca e Tricky pubblica il progetto Lonely Guest con ospite Joe Talbot degli IDLES e alcuni altri.
Last but not least chiudiamo con un Nick Cave che pubblica la seconda raccolta dell’omonima serie lanciata nel 2005 B-Sides and Rarities Part II, che contiene nuove chicche di repertorio a partire dalla già nota (e ottima) Vortex, un ritmato mid tempo dall’afflato corale all’altezza del ritornello, tra uno scoppiettante giro di batteria e un classico giro al piano ad accompagnare le agrodolci parole del songwriter.
Per la lista completa delle pubblicazioni del weekend e relativi rimandi, c’è il consueto settimanale di SA.