C’è l’imbarazzo della scelta in questo fine settimana di uscite discografiche. Il più denso finora per quanto riguarda il 2022. Sono davvero tanti gli album in uscita che spaziano in ogni direzione per quanto riguarda generi e stili musicali.
Iniziamo dai Placebo per i quali c’era una certa attesa confermata dall’entusiasmo con il quale è stato accolto il disco sui social, ma anche nelle prime classifiche di vendita sul territorio (vedi Amazon Italia dove si piazza tra i primi 10 più venduti in formato cd). Never Let Me Go non presenta stravolgimenti a livello di cifra stilistica ma denota un duo tornato a scrivere con urgenza a proposito del mondo che ci circonda. Stefan Olsdal e Brian Molko si sono fatti attendere un bel po’. Loud Like Love è uscito nove anni fa ma lo hanno fatto consapevoli di aver raccolto una manciata di buone canzoni. Nessuna che probabilmente stravolgerà le scalette dei concerti, ma tutte sufficientemente urgenti da meritare l’ascolto in repeat (recensione di Alessandro Liccardo).
Se Molko è tornato a scrivere melodie come si deve, i maestri del weekend in questo senso sono Aldous Harding con Warm Chris e Destroyer con Labyrinthitis. La prima ha fuori un disco prodotto dal già sodale di Pj Harvey John Parish. E parliamo di qualcosa di trasformistico ed eclettico. Stefano Solventi descrive queste canzoni come possessioni. Vi rimando alla sua recensione per comprendere meglio cosa intende. Qui ci limitiamo a dire che ascolterete dieci canzoni art folk dall’imprendibile cifra stilistica per le quali è stata escogitata una differente modalità di interpretazione. Questa la vera novità introdotta dalla cantante australiana, come al solito sopra le righe, colorata, libera di esplorare, obliqua per natura. Differente, eppur altrettanto solido e maturo, il lavoro di Dan Bejar, che mescola brume wave, dell’adult rock di marca 80s come indie di vent’anni fa, morbido (world) jazz e persino qualche spruzzata elettronica Hi-NRG. Un disco densissimo, parte elettronico e parte figlio di un ensemble rock, dal suono processato come suonato.
Meno interessante dal punto di vista della scrittura ma neppure da scartare, Amen, il ritorno di Get Well Soon. Un disco anche questo con la sua buona dose d’elettronica ma con un suo tocco ironico/sarcastico, proprio come abbiamo in precedenza ascoltato nel lead single, Mantra. Konstantin Gropper ha grossomodo composto una sorta di concept sul suo esser ottimista. E parlar di ottimismo nel suo caso è tutto un dire. Tra le influenze del lavoro anche Bowie, come possiamo ascoltare nell’opener A Song For Myself.
Canzoni tra l’ottimo e l’interessante sono anche quelle che ha composto Jarvis Cocker per la serie This Is Going To Hurt e quelle che scrive Selah Sue in Persona. L’artista belga ha in comune con Gropper il fatto di parlare di se stessa, nel suo caso a partire da problemi psicologici attraversati negli ultimi anni. Pills era un buonissimo pezzo disco-pop dedicato a un tema delicato come la depressione e ai modi farmaceutici per combatterla. E il disco, a livello d’arrangiamenti, mescola r’n’b (e ricordi Hip Hop) anni ’90 con il revival disco dei primi anni zero. Vedi Kylie Minogue e Sophie Ellis Bextor. Se avete voglia di queste sonorità, qui c’è abbastanza personalità per godervi il revival con un taglio abbastanza personale.
A proposito di Hip Hop, il disco da ascoltare questo weekend è senz’altro quello di Denzel Curry, Melt My Eyez See Your Future, che viaggia sulle stesse coordinate temporali di quello di Sue, eppure attingendo dai maestri e aggiungendovi un tocco sci-fi: J Dilla e non solo, quello altezza Soulquarians, D’Angelo, Erykah Badu, e dischi quali Graduation di Kanye sono alcuni riferimenti che facciamo in sede di recensione, alla cui lettura vi rimandiamo. TOP ALBUM comunque, e su questo non ci piove. Sul lato hardcore punk, invece, i Soul Glo maneggiano la materia con estro da prestigiatori. Diaspora Problems polverizza la black culture – dal rap al soul, passando dallo ska e ovviamente fino ai Bad Brains – nel coacervo di un tiro duro, veloce e politico quanto sardonico e sorprendentemente creativo. Tra quei pochi nomi per cui si può spendere la parola di rinnovamento del genere.
Passando a musiche che ispirano il viaggio, abbiamo le cartoline patinate di Jan Juc Moon di un Xavier Rudd sempre a cavallo tra le sue radici aborigene e un folk pop mainstream già abbondantemente masticato e sfruttato. E soprattutto abbiamo in nuovi viaggi tra Mediterraneo, afrobeat (e oltre) dei nostrani C’mon Tigre. SCENARIO è il titolo del disco-percorso n-mondista giocato a livello di dicotomie tra digitale e analogico, tradizione e innovazione, progresso e atavica ritualità. I due, come al solito accompagnati da ospiti, accelerano sulle tinte jazzate e funkettone, ma non dimenticando mai la potenza visiva e visionaria che la loro musica vuole evocare. I viaggi spaziali sono quelli di Kavinsky di Reborn, che in comune con i C’mon Tigre hanno il french touch, il rétro, l’analogico e i Daft Punk. E quelli space rock dei Loop, che escono finalmente sulle DSP con Sonancy, di cui vi abbiamo già parlato in sede di recensione.
Dall’Italia segnaliamo il riuscito connubio tra Cor Veleno e Tre Allegri Ragazzi Morti (Meme K Ultra, recensione di Valerio di Marco) e l’ottimo ritorno degli ora noti come Not Moving LTD (Love Beat, recensione di Massimo Onza). Se amate gente come Cramps, Gun Club e X, non potete farveli scappare.
Lato (dance) elettronico UK e paraggi, Lorenzo Montefinese si è occupato di due interessanti uscite Livity Sound (Al Wootton & Azu Tiwaline, Alandazu EP) e Hyperdub (Heavee, Audio Assault EP). Infine un certo interesse c’era anche per il ritorno di Croatian Amor (Remember Rainbow Bridge), sulle tinte di un ambient emozionale à la Apparat, per capirci.
Per l’elenco completo delle uscite del weekend vi rimandiamo, come sempre, alla nostra sezione weekly. Su Spotify trovate inoltre la nostra playlist settimanale, mentre nella sezione classifiche trovate l’aggiornamento ad oggi del meglio del 2022.