A distanza di otto anni dal discusso concerto di Tel Aviv, i Radiohead parlando della questione israelo-palestinese. In un’intervista al Times — Thom Yorke, Jonny Greenwood, Ed O’Brien e Philip Selway hanno riflettuto sul peso delle accuse di complicità e sulle conseguenze personali e artistiche che ne sono derivate.
Yorke ha ammesso che oggi «assolutamente non suonerebbe più in Israele», ricordando un episodio del concerto del 2017 a Yarkon Park, quando un funzionario locale lo avrebbe ringraziato: «Mi ha inorridito. Ho compreso che lo show era stato strumentalizzato. In quel momento ho pensato: portatemi via di qui». Le sue parole suonano quasi come un mea culpa, considerando che quello stesso anno il BDS, e in particolare Roger Waters, lo avevano ammonito sullo stesso punto: secondo Waters, esibirsi in Israele poteva essere percepito come un’approvazione tacita delle politiche del governo, e in contesti simili sarebbe stato più coerente sostenere il movimento BDS piuttosto che partecipare a eventi potenzialmente strumentalizzati.
Le precedenti dichiarazioni di Yorke
Sempre Roger Waters, in tempi recenti, aveva definito Yorke «un fifone» e «una persona sgradevole» in risposta alla lettera pubblica condivisa dal musicista lo scorso maggio. In quel testo, Yorke chiariva che il proprio silenzio sul conflitto israelo-palestinese non era dettato da ignavia, ma da rispetto verso chi soffre. Condannava le politiche del governo israeliano e le violenze subite da Gaza, invitando a non cedere alla polarizzazione e a riflettere anche sulle responsabilità di Hamas. Una “preghiera laica”, come la definiva, perché tornino comprensione e umanità, evitando però di parlare apertamente di “genocidio” — un termine ormai riconosciuto anche da organismi internazionali come le Nazioni Unite (in particolare la Commissione d’inchiesta ONU) e da diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International.
Sotto la pressione dei movimenti pro-palestinesi, Yorke aveva inizialmente interrotto uno show evitando di rispondere alle critiche di un fan che gli chiedeva come potesse restare in silenzio. In seguito, come abbiamo visto, è stato accusato anche per le proprie esternazioni, che inoltre mettevano in evidenza il clima da caccia alle streghe e la polarizzazione del pensiero indotta dai social media. Oggi racconta di «non dormire la notte» pensando a queste questioni e essere stato fermato per strada da sconosciuti che gli chiedevano di prendere le distanze da Greenwood. «Gli ho risposto — dice — che mentre noi due siamo qui a urlarci addosso, i veri responsabili, quelli che dovrebbero essere processati dalla Corte penale internazionale, se la ridono guardandoci litigare. Tutto questo non è altro che un’espressione della nostra impotenza, una sorta di caccia alle streghe in stile Arthur Miller».
La versione di Greenwood
Greenwood ha risposto difendendo il proprio percorso artistico: ha definito le critiche come l’«incarnato di una sinistra a caccia di traditori». Negli ultimi anni, Greenwood ha collaborato con il musicista israeliano Dudu Tassa, e due concerti nel Regno Unito previsti quest’anno con Tassa sono stati cancellati a seguito delle pressioni dei manifestanti che chiedevano il boicottaggio. Greenwood, sposato con un’artista israeliana, si era inoltre esibito con Tassa a Tel Aviv lo scorso anno, ribadendo la distinzione tra il governo e gli artisti locali, e ha aggiunto di stare attualmente lavorando con musicisti mediorientali: «È assurdo, ho paura a dirlo, eppure lo considero un gesto progressista — fischiare a un concerto non mi sembra né coraggioso né progressista».
«Guardate, sono stato a proteste antigovernative in Israele e non ci si poteva muovere per tutti quegli adesivi con la scritta “Fanculo Ben-Gvir”», ha continuato Greenwood, riferendosi al controverso ministro israeliano della sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir. «Trascorro molto tempo lì con la famiglia e non posso semplicemente dire: “Non faccio musica con voi stronzi a causa del governo”. Non ha senso per me. Non ho alcuna lealtà — né rispetto, ovviamente — per il loro governo, ma ne ho senz’altro per gli artisti nati lì».
Le parole di O’Brien e Philip Selway
Anche Ed O’Brien e Philip Selway hanno preso posizione: O’Brien ha suggerito che la band avrebbe potuto suonare a Ramallah, mentre Selway ha giudicato «inammissibili» le richieste del BDS di rompere i legami con Greenwood, «che agisce da una posizione di principio».
Queste dichiarazioni si inseriscono nel contesto del ritorno dal vivo dei Radiohead, che al momento dell’annuncio era stato oggetto di una campagna del BDS che ne chiedeva il boicottaggio a causa del silenzio della band sulla questione palestinese. Il prossimo mese la band partirà per un tour europeo con tappe a Madrid, Bologna, Londra, Copenaghen e Berlino. Sono i primi live dal 2018.