Scritta qualche anno fa, una delle lettere di Nick Cave che vale la pena recuperare è senz’altro quella in cui elenca gli articoli preferiti del merchandising musicale che ha acquistato lungo un’intera vita. Attualmente Re Inchiostro è al lavoro su un nuovo disco con i Bad Seeds e allora come oggi risponde ai fan su Red Hand Files, esprimendo principalmente preferenze, punti di vista, ma anche stilando classifiche. Nel corso degli anni ha fatto i nomi dei chitarristi che stima di più, delle love songs maggiormente apprezzate e delle canzoni preferite.
All’interno di questa casistica rientra la domanda di Piers da Londra che nel 2019 gli scriveva a proposito di un regalo ricevuto per Natale: un paio di calzini dei Bad Seeds. Omaggio affettuoso che trovava in contrasto con la «connessione quasi spirituale» che sentiva con la band. Chiedeva a Cave cosa ne pensasse e se indosserebbe mai i calzini con su scritto il nome di un artista che ammira.
La risposta è stata entusiasticamente positiva. Cave adora il merchandising. E la risposta a Piers è stata in pratica un viaggio tra gli articoli a cui tiene di più. C’è la t-Shirt del 1990 con la copertina di Goo dei Sonic Youth indossata proprio mentre inoltrava la replica, e quella bellissima dei Flatbush Zombies acquistata intorno al periodo del loro primo album che gli ricorda il tempo in cui ha tentato di collaborare con la band hip hop per una cover di Cosmic Dancer dei T. Rex. Tra gli altri cimeli, diverse magliette dei Current 93, una tote bag e una manciata di spille esoteriche della band di David Tibet («Quando sono arrivato a Londra per la prima volta, David mi ha introdotto al misticismo cristiano, eravamo legati dalla passione per il vino spagnolo e per l’artista Louis Wain»).
Anche del merchandising dei Dirty Three dell’amico e collaboratore Warren Ellis Cave possiede una collezione di tutto rispetto, che gli ricorda i giorni da leoni: da magliette rovinate a oggetti molto particolari.
Possiedo anche diverse magliette rovinate dei Dirty Three con gli adorabili dipinti di Mick Turner e un distintivo da sceriffo in plastica argentata del gruppo che tengo gelosamente perché è senza dubbio il pezzo di merchandising più schifoso mai realizzato, che tuttavia rappresenta un potente emblema di quei giorni da leoni. Ho anche uno strofinaccio inutilizzato su cui è dipinta la copertina di Ocean Songs.
Nick Cave
Nella lista non manca la maglietta degli AC/DC preferita di Ellis, presa in prestito circa venticinque anni prima e mai restituita, come anche quella con su scritto «Beyoncé Wasn’t Built in a Day» regalatagli dalla moglie Susie, e poi il suo articolo preferito: una t-shirt originale Aloha from Hawaii via Satellite di Elvis, inviatagli da qualcuno che affermava di aver partecipato effettivamente al concerto nel 1973.
Tutti questi oggetti, Piers, sono solo la punta di un fantastico e profondamente nostalgico iceberg – ma una maglietta, un paio di calzini, uno strofinaccio, un distintivo, è tutta roba inutile. Ma per quanto possa esserlo, la amo al punto che se scoppiasse un incendio in casa mia sarebbe la prima cosa che cercherei di mettere in salvo dopo i miei cani. Ha per me un immenso valore sentimentale, è legata a certi tempi, persone, luoghi, significa tantissimo per me. Ho la sensazione che, allo stesso modo, molti altri amanti della musica abbiano una maglietta, un paio di calzini o una felpa con cappuccio che apprezzano e indossano con vera riverenza non solo per l’artista che rappresentano, ma in ricordo di un passato. Un passato che, come la loro maglietta, è vecchio, sbiadito, pieno di buchi e amati ricordi.
Nick Cave
Nelle battute conclusive Cave si lascia andare anche all’ironia: non solo indosserebbe volentieri un paio di calzini di una band che apprezza, ma lo fa abitualmente, in particolare quando fa ginnastica in casa.
Quando faccio il workout di Jane Fonda assieme a mia moglie, indosso un paio di calze elastiche dei Radiohead, i pantaloni della tuta di RiRi, una maglietta dei Leather Nun e una fascia dei Dire Straits
Nick Cave
Lo scorso anno, mentre Bob Dylan in persona lo indicava tra i suoi musicisti preferiti, Nick Cave ha espresso lui stesso qualche preferenza sulla creatività altrui, indicando in Blonde di Andrew Dominik il suo film preferito di sempre. Parere disinteressato? Non completamente, dato che lui e Warren Ellis ne hanno composto la colonna sonora. Sempre nel 2022, il frontman ha fatto ritorno sui palchi italiani: a Taranto ha esortato il pubblico (e se stesso) a respirare, a Verona c’era una buca, o come la chiama lui un “fucking hole”, a separarlo da esso. In comune tra le due esibizioni c’era comunque l’energia e la magia di un uomo che non conosce barriere tra sé e la propria arte, come tra sé e i propri pensieri.
Lo scorso anno è inoltre uscito nei cinema This Much I Know To Be True, il documentario sempre di Dominik dedicato alla partnership artistica tra Nick Cave e Warren Ellis. La recensione su queste pagine è di Flavio Zaurino, mentre per quella relativa all’ultimo album della coppia, Carnage, la firma è di Tommaso Iannini, che ha inoltre curato un approfondimento di carriera dedicato all’artista australiano. Per quanto riguarda il blog di Cave, una delle lettere più significative ha riguardato «La libertà di parola come espressione della nostra unicità».