Bob Dylan sta promuovendo la sua ultima fatica, The Philosophy of Modern Song / La filosofia della canzone moderna, libro che già a fatto parlare di sé vuoi per la controversy riguardante le copie firmate da una macchina, vuoi per i suoi stessi contenuti, criticati da giornalisti e colleghi come Chris Frantz dei Talking Heads.
La nuova tappa di questo percorso lo vede intervistato sulle colonne del Wall Street Journal, che ha colto l’occasione per fargli una serie di domande, dalle più standard (sul processo creativo) a quelle riguardanti la musica di oggi. Cosa ascolta e di cosa è fan il songwriter ottantunenne? A sorpresa lo schivo e per sua stessa ammissione poco amichevole musicista («Per essere creativi bisogna essere distaccati, aiuta a mantenersi concentrati») ha dichiarato di essere fan tanto di gente come Noel e Liam Gallagher, Nick Cave e Leonard Cohen, quanto di Wu-Tang Clan e Eminem, per quanto riguarda l’Hip Hop, fino artisti come Royal Blood, Celeste, Rag’n’Bone Man, Julian Casablancas, i Klaxons e Grace Potter. A riunire la variegata selezione c’è una regola che vale per tutti: essere in grado di emozionarlo tramite parole e un personale linguaggio artistico.
Dylan va anche ai concerti. Dichiara di aver visto due volte i Metallica e di voler vedere in futuro Jack White e Alex Turner. In generale, scopre nuova musica e musicisti principalmente grazie alle dritte di amici e colleghi ma anche per caso. L’ultima conoscenza in questo senso è Zac Deputy («uno che fa tutto da solo come Ed Sheeran e sta seduto mentre suona»).
Interessante anche la sua posizione sui supporti: ascolta musica attraverso molti formati, compreso lo streaming, ma non c’è nulla che rimpiazzi l’amato vinile meglio ancora se con amplificazione valvolare («posseggo il medesimo impianto comprato un negozio dell’Oregon trent’anni fa»). In pratica, a suo avviso il problema della distribuzione musicale odierna si riassume nella facilità con la quale vi accediamo. La musica in streaming è democratica eppure senza profondità, e forse proprio perché ce n’è così tanta a nostra disposizione è molto difficile trovare «il cuore di chi la produce». Discorso che lo porta a fare una riflessione sugli standard: la musica mainstream è musica istituzionale, easy listening, in definitiva una finzione, una recita, un modello al computer. Lo standard deve appartenere a un’altra categoria per diventare un modello per altre canzoni e mostrare così il futuro.
Dylan ne ha anche per la tv di oggi che boccia senza se e senza ma («guardo soltanto Coronation Street, Padre Brown e Ai confini della realtà»). Gli preferisce di gran lunga la lettura, meglio se religiosa («Leggo le Scritture, i cinque libri di Mosè, le epistole di Paolo di Tarso…»).