Poco meno di un secolo fa Theodor Adorno si lamentava della ripetitività della musica popolare della sua epoca. Il filosofo e musicologo tedesco, membro della Scuola di Francoforte, pianista ed ex allievo (con scontro frontale) di Arnold Schönberg a Vienna, è in esilio negli Stati Uniti e la musica popolare che tanto osteggia è il jazz. Per Adorno, ascoltare una seconda volta (o una terza, una quarta…) equivale a perdere tutta la forza della musica stessa, di annacquare qualsiasi potenza la musica stessa abbia. Tralasciando che questo approccio sembra completamente contraddire quello che gli stessi appassionati di musica fanno da secoli, ovvero freudianamente andare a reiterare il principio di piacere attraverso il riascolto, magari individuando tra un’esecuzione e l’altra (prima dell’epoca della musica registrata) le minime differenze, la maggiore o minore ispirazione dell’interpretazione e così via; ecco, questo approccio che già allora, all’alba della riproducibilità tecnica dell’opera, sembrava fuori tempo massimo, elitista e snob mi è tornato in mente riflettendo sulla mia classifica di fine anno e dopo aver letto il contributo a questa discussione firmato da Stefano Solventi.
Ho pensato che proprio l’abbondanza di offerta, bulimica, oltre ogni misura, talmente soverchiante da rendere impossibile farsi un’idea precisa di quale sia lo zeitgeist della musica nel 2023; proprio quest’abbondanza sembra la realizzazione del sogno di Adorno. Oggi so che potrei ascoltare ogni giorno un disco o due nuovi (o dieci, se per questo) senza che nell’arco della mia esistenza abbia nemmeno lontanamente la possibilità di ascoltare tutto quello che anche solo sembra interessarmi e che esce sul mercato musicale. Ma non voglio (per forza) fare un discorso da vecchio che si lamenta del troppo e della scarsa qualità di quello che esce. Perché credo che sia vero il contrario: esce un sacco di bella musica, di qualità e basata su progetti ispiratissimi. A differenza di Adorno, però, un po’ come facciamo tutti e tutte, quello che mi colpisce per la sua forza e la sua qualità ho voglia di ascoltarlo ancora e ancora. Ho voglia di trovargli una sua collocazione nella mia personale costellazione di ascolti, mettendolo in relazione con altri dischi e con altre esperienze musicali. Voglio, sì, lo voglio, reiterare il gesto per goderne ancora, per rinnovarne il piacere.
Questo significa, necessariamente, che oltre ai miei ascolti dell’anno, là fuori, c’è tantissima buona musica che non ho mai sentito. E ce n’è una grande quantità che non sentirò mai nella mia vita. Perché non me l’ha suggerita nessuna persona a me vicina, perché non ne ho letto su SA, perché non rientra nei generi che normalmente mi attirano e seguo, perché la quantità è tale che la rete con cui anche i migliori critici pescano ha per forza le maglie abbastanza larghe da lasciarsi sfuggire più di qualche esemplare di assoluto valore. Ma oltre alla quantità di proposte, a contribuire a questa impossibilità di trovare una quadra, di avere sott’occhio (o nelle orecchie) la musica di oggi c’è la frammentazione che la crescente globalizzazione delle comunicazioni digitali ha generato. Come notano i giornalisti di The Verge i video più visti di TikTok sono probabilmente dei video di cui non avete mai sentito parlare. E’ sufficiente non essere parte di una determinata cerchia o di una bolla social e improvvisamente un pezzo del mondo (musicale o meno) non ci appare mai nel campo visivo, nemmeno per sbaglio.
Forse questo spiega in parte perché le posizioni alte delle classifiche personali di ognuno di noi qui a SA siano così diverse, talvolta così profondamente diverse. Come se ci trovassimo di fronte a una giungla di diagrammi di Venn che solo parzialmente, e in modi arzigogolati e complicati, si intersecano. E come se le condizioni in cui viene condotto questo gioco (perché di un gioco, o poco più, si tratta quando si stila una classifica di fine anno) rendessero impossibile, o almeno altamente improbabile, che qualcuno abbia la prospettiva geometrica per poter raccogliere queste intersezioni e darne un senso unitario.
Come ricordava Solventi, c’è chi è riuscito – come per esempio Reynolds e la sua lettura retromaniaca – a cogliere un fenomeno, anche molto importante, anche molto visibile all’interno della giungla, ma non ci fosse un ombrello abbastanza ampio, abbastanza flessibile per comprendere tutte le manifestazioni una comunità, anche solo per un attimo a fine anno e nell’impermanenza che ne è intrinseca. A volte ho l’impressione che questa frantumazione e questa frammentazione siano iniziate già quando io ero un ragazzino, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, e già si potevano distinguere delle sorta di tribù musicali: chi ascoltava il grunge e non seguiva per niente la scena dei club o dei rave, per esempio. Come se già allora esistessero dei diagrammi la cui intersezione era nulla, o quasi. Come a dire che non è che il fenomeno sia nuovo, ma almeno ce ne rendevamo conto all’epoca.
O almeno, io me ne rendevo conto. Adesso mi pare che non sia più così, perché se negli anni Novanta avevamo dei periscopi che ci permettevano di scrutare solo piccoli lembi di mondo alla volta, oggi abbiamo a disposizione dei grandangoli digitali che sembrano progettati da Gargantua e dalla sua famelicità. Ne consegue che passerò buona parte di queste prossime settimane ad ascoltare dischi che sono finiti nei primi posti delle classifiche di altri e che nemmeno mi ero accorto che erano usciti. Sarò, per un po’ almeno, un Adorno forzato, un invitato al pranzo di Babette senza bisogno del digestivo Antonetto. Poi ritornerò inevitabilmente alle mie geometrie, che prevedono la reiterazione di ciò che mi dà piacere, e ripeterò il giochino tra 12 mesi.
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