Haze
'Haze' by Abriansyah Liberto, 2022 Photo Contest, Southeast Asia and Oceania, Long-Term Projects

Migliori album 2022. Le considerazioni di Fernando Rennis

Dodici mesi complicati che hanno provato a farci respirare aria di normalità

Che anno: in una vetrina di una libreria parigina compare un romanzo dal titolo Ulysses, dello scrittore irlandese James Joyce, al teatro Manzoni di Milano debutta l’Enrico IV di Luigi Pirandello, viene fondata la Bbc e istituita l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietichem l’URSS. È pubblicato The Waste Land, il poemetto “più influente del ventesimo secolo”, proiettato per la prima volta il film Nosferatu di Murnau; in una mite serata di maggio, all’Hotel Majestic di Parigi, cenano allo stesso tavolo Sergei Diaghilev, Igor Stravinsky, Pablo Picasso, Marcel Proust, James Joyce, Erik Satie e Clive Bell. A ottobre, in Italia, gli stivali delle camicie nere in marcia calpestano i sanpietrini di Roma.

Cento anni dopo ecco che “L’Italia sceglie un partito con un retaggio neofascista” (cit. Economist) e assistiamo a “La spinta di Putin verso una nuova URSS” (cit. Politico). “A distanza di un secolo, con la crescita della consapevolezza ecologica, vediamo il rischio molto più concreto di trasformare il nostro mondo in una Waste Land a causa delle nostre stesse azioni”, come scrive David Hambling sul Guardian, e la parola dell’anno 2022 per il Collins è “permacrisis”, una condizione permanente di un termine che contraddistingue l’intera opera di Joyce. Insomma, non è poi cambiato tanto. Ma la spiccata precarietà che una guerra nel cuore d’Europa, una pandemia ancora non totalmente alle spalle e una nuova incombente recessione economica, questa volta, non ci costringono a prendere la rincorsa per lanciarci nel futuro, semmai, ci costringono ad accartocciarci su noi stessi.

Che siano espressioni tradizionali (come Skinty Fia, ovvero in irlandese “la dannazione del cervo”) oppure un ritorno al passato, a quell’emozione che provi quando metti su una band ed è tutto uno “scoprire come suonare insieme” (lo diceva Tom Yorke trent’anni fa esatti, ma calza a pennello per l’esperienza Smile), gli spettri di Fisher e le manie per il passato descritte da Reynolds ormai un decennio fa sono ancora la migliore chiave di lettura di questi tempi. Così, in questa permacrisi sembra che gli artisti si siano lasciati andare alla nostalgia e all’intimità, forse per esorcizzare le mascherine e le notizie provenienti dall’Ucraina, sicuramente perché impauriti da un futuro che, di fatto, non c’è e non sappiamo nemmeno dove sia andato.

Uno dei migliori debutti del 2022, I Love You Jennifer B, rientra in un’analisi che condivido, quella di Günseli Yalcinkaya su Dazed che scrive: “Pixel Grip, Bad Waitress, Jockstrap e Static Dress producono musica che trae ispirazione dall’electroclash e dalla bloghouse, in cui le chitarre vorticose e i sintetizzatori vaporosi evocano il suono distinto e ballabile di quell’epoca”. Quale epoca? Ovviamente quella dell’indie sleaze (traducibile con “dissolutezza indie”)!

Non siamo tutti in fibrillazione per il documentario Meet Me in the Bathroom, resa video del bellissimo libro omonimo di Lizzy Goodman sulla scena indie rock newyorchese degli anni ’00? E non si è forse avverato quello che scriveva un anno fa India Roby su Nylon, ovvero che l’indie sleaze è “la nuova moda degli anni Duemila che sta tornando in auge”? Siamo stati catapultati tutti in quella quarantina di giorni che separano l’attentato dell’11 settembre dalla presentazione dell’iPod quando gli Yeah Yeah Yeahs sono tornati a settembre con l’album che lo stesso trio ha definito a ridosso dell’uscita “un perfetto distillato di quello che i fan si aspettano”.

Il ritorno degli Arcade Fire ha sanato il passo falso di Everything Now, guardando ai propri lavori degli anni ’10 (evito di aggiungere inutili commenti alla penosa, deludente e irrimediabile situazione di Butler emersa quest’estate). E uno dei gruppi di punta dell’ondata indie di inizio millennio, come gli Arctic Monkeys rinnega il suo passato, ma suona comunque come se fossimo negli anni ’60 e ’70.

Mentre ci esaltiamo per i post del canale Instagram indie sleaze (nato per “documentare la decadenza degli aught – il decennio 2000/2009 – e la scena dei party indie sleaze che si è spenta nel 2012”, come recita la bio), le nuove leve si guardano attorno, ma concentrandosi sul proprio punto di vista, le proprie ansie  e, insomma, sul proprio intimismo emotivo: è il caso del creativo e contaminato chamber pop dei Black Country New Road, dell’esplorazione sonora dei Dry Cleaning, della frustrazione post punk cantanta dai Porridge Radio e, ancora, del rave post-apocalittico organizzato dai Working Men’s Club, del caleidoscopico art-folk-rock suonao dai Big Thief. E, poi, occhio ai ritmi dilatati e onirici dei Just Mustard e alla conferma Yard Act: tutti autori di buoni album e capaci di esprimere con convinzione una personale identità sonora.

Questi dodici mesi potrebbero essere riassunti in maniera efficace con il titolo di un bellissimo album: And in the Darkness, Hearts Aglow, l’elegante e sontuoso racconto che Weyes Blood tesse su questi tempi grigi. Una speranza flebile, quella dell’artista californiana, che si riflette sulle tensioni e le incertezze delle elezioni di midterm statunitensi o sul repentino avvicendarsi dei tre premier britannici, orfani, come l’intera popolazione, della regina Elisabetta II.

Oltre al mio tradizionale invito ai lettori di SA a rimanere sempre curiosi verso le nuove uscite e gli album del passato, aggiungo qualche nome che a mio avviso faremo bene a tener d’occhio per il nuovo anno: i Cucamaras, Äyanna, Wesley Joseph, Noisy, Nia Archives, Snuts, Bad Boy Chiller Crew. Per il “recupero” di fenomeni, dischi e artisti del passato, il 2022 ha segnato il quarantennale dall’apertura del club Haçienda e il trentennale dal fallimento della Factory Records: sul primo anniversario consiglio l’ultimo documentario della Bbc, sul secondo le numerose playlist, compilation e libri sull’argomento. Non in ultimo, in un piccolo conflitto d’interessi, il mio contributo.

Tornando al presente, invece, ecco la mia lista di album preferiti dell’anno, in rigorosa non-successione-di-classifica.

Tracklist

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